Warning: file_get_contents(http://ipinfo.io/54.158.30.219/json): failed to open stream: Connection timed out in /web/htdocs/www.pointblank.it/home/gg_controllers/article.php on line 68
Goksung - La presenza del diavolo (The Wailing) | Recensione Point Blank

Goksung - La presenza del diavolo (The Wailing)

VISIONI Autore: Matteo Berardini      Pubblicato il: 20/02/2018

Al suo terzo film Na Hong-jin si conferma un regista chiave del cinema contemporaneo, e lo fa con un’opera cupa e disturbante sul contagio del male e la crisi della ragione.


Gok-seong

Corea del Sud, 2016

Regia: Na Hong-jin

Cast: Kwak Do-won, Hwang Jeong-min, Chun Woo-hee, Jo Han-Chul

Goksung è un piccolo villaggio della provincia coreana, una manciata di case assalite da una vegetazione incombente, lussureggiante, quasi tropicale per come invade con rami e radici serpentiformi le strade, i cortili, i confini delle abitazioni. Ma in mezzo al verde sta sbocciando un altro tipo di contagio, un propagarsi demoniaco di orrore e pazzia, possessione che costringe i semplici abitanti del posto a porsi di fronte il problema del male. Goksung - La presenza del diavolo (adattamento italiano del ben più felice titolo internazionale, The Wailing) è infatti un magnifico racconto horror sulla crisi della ragione, un ritratto del caos contemporaneo nel quale annaspano uomini semplici, umili, finanche ridicoli nella loro mediocrità, ma che proprio per questo sentiamo dolorosamente vicini, vittime come molti di noi di quella confusione valoriale che trascende la società di oggi per farsi condizione assoluta.

Poco più che quarantenne, Na Hong-jin è forse il nome di punta del cinema coreano più recente, il regista a cui possiamo guardare con maggior ottimismo e fiducia. Artistica, sia chiaro, perché di fiducia per l’umanità, il destino e quelle cose lì, da sempre alla base del nostro narrare il mondo, ce n’è davvero poca nel suo cinema. Prima The Chaser e Yellow Sea, adesso The Wailing, tre film densissimi e calibrati al millimetro che rivelano e via via confermano la capacità di Na Hong-jin di rispettare e assieme manipolare i canoni più tradizionali del cinema di genere, piegati ad una visione tragica dell’esistenza. The Wailing in particolare recupera il nichilismo dei titoli precedenti e lo rilancia su un piano apocalittico, universale, facendo del villaggio di Goksung un palco sul quale riprodurre la tragedia di un’umanità alle prese con la perdita della fede e di ogni altro punto di riferimento. Non a caso il poliziotto protagonista, l’ingenuo e goffo Jong-goo, viene trascinato dall’orrore crescente come una barca alla deriva: prima assiste incredulo dalla distanza, poi, dopo esser stato coinvolto personalmente, sceglie la strada facile della xenofobia, infine diventa egli stesso carnefice del proprio destino, segnato dalla sua incapacità di riconoscere il giusto, di credere. Agli stadi attraversati da Jong-goo corrispondono i vari livelli di un film complesso e stratificato, che veste gli abiti della denuncia politica (a venire accusato senza prove è un uomo giapponese, straniero e reo involontario di rievocare con la sua sola presenza la storica faida Giappone - Corea) ma poi va oltre, abbracciando con respiro metafisico una realtà più grande. Jong-goo resta fino all’ultimo incapace di comprendere cosa stia succedendo, nonostante alla base di tutto vi sia una dicotomia basilare di bene/male. Non a caso a discernere vittime e carnefici vi è l’uso basilare di abiti bianco o neri, un simbolismo elementare che nella sua illeggibilità da parte di tutti i protagonisti rilancia il senso di caos e confusione della condizione contemporanea. Na Hong-jin è formidabile per come riesce a calare lo spettatore all’interno di questa deriva sensoriale e morale, una giostra confusa che annichilisce ogni razionalità e riconduce alle origini tribali della comunità, per quanto neanche queste siano sufficienti di fronte il dilagare del male inteso anzitutto come contagio.

Ripetiamolo, che film magnifico The Wailing, due ore e mezza abbondanti gestite da uno sguardo registico ormai maturo, capace di alimentare con infiniti piccoli dettagli il realismo della messa in scena (a partire dalla tipica goffaggine che il cinema coreano riserva alle figure di autorità come la polizia) così da innervare poi con maggiore e spiazzante efficacia la rappresentazione dell’orrore. C’è da scommetterci, piacerebbe a William Friedkin un film del genere, riproposizione di quella confusione cosmica che già alimenta Memories of Murder e che periodicamente torna a farsi raccontare dal miglior cinema coreano.