GLOW

Videodrome Autore: Attilio Palmieri      Pubblicato il: 27/09/2017

La nuova serie prodotta da Jenji Kohan propone un punto di vista originale e brillante su wrestling femminile.


GLOW è sicuramente uno degli show originali Netflix più interessanti del 2017, nonché una delle novità più significative dell’anno per via delle origini del progetto, del tema trattato e dello stile con cui è messo in scena.
Innanzitutto va specificato che sul fronte creativo la serie è caratterizzata da un punto di vista dichiaratamente femminile, a partire dalle due giovani autrici Liz Flahive e Carly Mensch (che in passato hanno lavorato nella writers’ room di Nurse Jackie) e dalla produttrice Jenji Kohan, una delle figure più rilevanti della televisione contemporanea. Dopo aver raccontato l’emancipazione femminile attraverso il commercio di marijuana (Weeds) e la diversità sotto ogni aspetto utilizzando i topic del prison movie (Orange Is the New Black), la Kohan con GLOW ritorna prepotentemente sulle tematiche a lei care, in particolare per quanto riguarda la dimensione corale del racconto, l’attenzione data alle singole individualità e il punto di vista spiccatamente femminile della narrazione.
La serie è ispirata a un vero show degli anni Ottanta, Gorgeous Ladies of Wrestling (GLOW) che nel tempo è diventato un programma di culto soprattutto per la capacità di mostrare sul ring donne eccentriche che trovavano lì sotto i riflettori il loro modo di esprimersi; lo show di Netflix trasporta sul piano della finzione il programma originale, approfondendo il discorso sul femminile, sull’autodeterminazione e sull’amicizia.

Mettendo in scena il mondo del wrestling anni Ottanta, GLOW riesce a raccontare nel dettaglio uno degli spettacoli più americani esistenti e al contempo a utilizzarlo come metafora al servizio di altre riflessioni. A partire dalla competizione sportiva le autrici sono interessate a ragionare sull’affermazione personale, sulle specificità e sulle diversità di genere, andando a indagare le numerose facce della femminilità, le contraddizioni dietro determinati comportamenti e le difficoltà da superare per essere se stesse nella California maschilista di quegli anni. Le protagoniste della serie infatti sono donne che, ciascuna a proprio modo, cercano di trovare nella palestra uno luogo sicuro, una casa in cui smettere di aver paura, una comunità in grado di accoglierle e dare loro la possibilità di esprimersi.
Una delle parole chiave per interpretare la serie è pregiudizio: soprattutto nella prima parte della stagione sono proprio i pregiudizi sociali a essere sotto accusa, scandagliati uno a uno nel raccontare le backstory delle singole donne, tutte outsider troppo eccentriche per rientrare nei modelli previsti dalla loro contemporaneità e che trovano nel gioco di ruoli del wrestling la possibilità di esprimersi. GLOW guarda con grande attenzione alla diversità etnica, culturale e sociale, grazie ad una storia in cui un gruppo di sportive o aspiranti tali impara a conoscersi e unirsi all’insegna della solidarietà reciproca, e lo fa senza mai prendersi realmente sul serio, riuscendo da una parte a sottolineare la fragilità e l’indomita forza delle protagoniste e dall’altra a smorzare il dramma con un senso dell’ironia (che in molti casi è autoironia) estremamente spiccato, tale da rendere la serie esilarante e dal ritmo serrato.

Al centro dello show c’è l’amicizia/rivalità tra Ruth e Debbie, il cui rapporto costituisce una delle componenti più interessanti del racconto, soprattutto per il differente modello di femminilità di cui sono portatrici e un uomo in comune che le manda in rotta di collisione. Dopo un feroce litigio sarà proprio il wrestling a riunirle, non senza un percorso dialettico e conflittuale fatto di competizione e invidia che le colloca spesso su piani antitetici. Il loro confronto è esemplificato in maniera intelligente e divertente dai personaggi che interpretano sul ring: Ruth è la stella dell’URSS cattiva e
pericolosa, mentre Debbie è la speranza americana, una sorta di Capitan America al femminile.

GLOW è una serie che sta dalla parte degli ultimi, che mette in scena le qualità degli underdog, che vede la competizione non come un gioco al massacro ma come uno stimolo all’espressione, all’autodeterminazione, all’esibizione delle proprie qualità e al superamento delle proprie paure. Nel mare di personaggi di grande interesse raccontati dalle autrici si distingue Frank Sylvia, ex regista cinematografico che negli anni Ottanta è in crisi espressiva e vista la pochissima fiducia in lui da parte dei produttori oscilla dai b-movie alla televisione, lontanissimo dal mondo che un tempo lo ha reso celebre. Frank è un loser perfetto, ritratto dalle autrici in maniera molto sofisticata sia per quanto riguarda la rappresentazione della sua dimensione privata (si veda il rapporto con la figlia) sia per quanto concerne quella professionale. Da questo punto di vista GLOW racconta anche del passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta nell’industria dell’audiovisivo statunitense. In particolare Frank è l’emblema di tutti quei registi indipendenti che, una volta finita la stagione della New Hollywood e restaurati i rapporti di forza tra le major nordamericane, hanno trovato sbarrata la strada professionale, impossibilitati a riprodurre un cinema fatto di libertà linguistiche al limite dell’avanguardia e disinteresse verso il gradimento del pubblico (la parabola di Monte Hellman da questo punto di vista è una delle più esemplificative).

Attraverso la messa in scena degli scontri sul ring e del dietro le quinte fatto di allenamenti e sceneggiature, GLOW ragiona sia sulle componenti finzionali sia su quelle atletiche di uno spettacolo dal fascino unico. Tramite il wrestling le autrici riescono a riflettere anche sul fare televisione, ragionando sullo storytelling e sul rapporto tra costruzione del personaggio e modelli narrativi da adottare. Nel vastissimo panorama della televisione contemporanea GLOW si presenta come uno degli oggetti più preziosi che, arricchito dall’ottima performance di Alison Brie (che conferma il suo talento sia nelle parti drammatiche che in quelle ironiche), utilizza un formato agile ed efficace (dieci episodi da circa mezz’ora) per raccontare le storie di un gruppo di outsider, i rispettivi percorsi di autodeterminazione e la lotta contro i pregiudizi sociali.