Father and Son

VISIONI Autore: Veronica Vituzzi      Pubblicato il: 18/08/2014


Soshite chichi ni naru

Giappone 2013

Regia: Hirokazu Kore-eda

Cast: Masaharu Fukuyama, Machiko Ono, Yoko Maki, Lily Franky, Kirin Kiki, Jun Kunimura, Isao Natsuyagi, Jun Fubuki, Shôgen Hwang, Keita Ninomiya

Durata: 120 minuti

Father and Son parte da una domanda di non facile soluzione: cosa rende genitori e cosa rende figli? Ryota non avrebbe dubbi: è il legame di sangue. Per questo, quando scopre con sua moglie Midori che il loro bambino Keita non è loro figlio a causa di uno scambio di neonati in ospedale, inizia subito le pratiche per riavere il suo vero primogenito, cresciuto in una famiglia numerosa, di estrazione sociale inferiore, dove il baccano e l’allegria sono all’ordine del giorno. “Questo spiega tutto” si dice l’uomo: ecco perché Keita era così tranquillo, così poco interessato alla competizione e alla vittoria. In poche parole, diverso da lui. Il sangue ha diritti che nessun affetto può prevaricare, quindi i due bambini andranno ognuno nella famiglia e nella casa cui erano destinati, non importa quante abitudini e legami dovranno abbandonare. Il film di Hirokazu Kore-Eda fa un preciso richiamo alla sensibilità personale dello spettatore sia come individuo che in quanto facente parte di un pubblico occidentale: ognuno potrebbe reagire in maniera diversa a questa storia tratteggiata con la mano capace di un regista abilissimo soprattutto nel far parlare i volti dei bambini, ignari protagonisti in trasferta da un nucleo all’altro. Se bastasse la bellezza di poter leggere nelle minuscole espressioni infantili tutto l’affetto, la solitudine e la paura provati, Father and Son avrebbe già tutte le carte in regole per essere nominato capolavoro, ma è la risposta che l’autore fornisce alla domanda di cui parlavamo sopra a relegarlo definitivamente al corpus delle opere che non si dimenticano facilmente. Kore-Eda supera infatti il dualismo legame di sangue/legame di convivenza: anche se Keita non è figlio biologico di Midori e Ryota ha costruito con essi un rapporto di vicinanza fisica che ha maggiore valore, sul piano corporeo prima che psichico, del DNA. Non si tratta dunque di sublimare quel diritto di parentela instauratosi al momento della nascita, ma associarlo al contatto fisico che da allora ne è conseguito per anni. Il prolungato approccio materiale fra i corpi umani genera ossitocina, l’ormone dell’amore, ed è – anche – grazie a questo che si impara ad amare gli altri. Il sangue, a confronto di un tale sconvolgimento ormonale, è ben poca cosa.

Se il contatto fisico genera attaccamento affettivo il rifiuto del proprio figlio da parte del padre va rintracciato in un’abitudine a un rapporto mediato che ha profonde origini personali: poiché Ryota ha avuto a sua volta un padre freddo e severo è difficile per lui riconoscere l’importanza degli anni spesi col bambino. È padre solo nella misura in cui la natura gli ha affidato quel ruolo, e l’incapacità di lasciarsi andare all’abbandono carnale spiega la sua iniziale scioltezza nel distaccarsi dal figlio. Ma poiché il corpo non mente mai, è possibile solo ignorarlo, senza che però questo possa cancellare la realtà dei fatti. Kore-Eda mostra al pubblico ciò che Ryota non riesce a vedere – con profondo rammarico da parte degli spettatori – finché il medium cinematografico, che rivela la verità a chi guarda in sala, non passa il testimone al medium fotografico, che la rivela al protagonista fino ad allora emotivamente cieco. Father and Son è il paradosso di un cinema che dovendo fare a meno del tatto racchiude tutta l’autenticità dei legami umani nell’immagine, facendo di questa sembianza che non si può toccare né stringere l’unica asserzione possibile del vero. Nella sua forma più alta questa limitazione sensoriale produce il prezioso risultato di potenziare i sensi rimasti fino a sfiorare vedendo, annusare ascoltando, in una commistione sinestetica che è sempre alla base delle più grandi opere artistiche. Nel particolare si tratta di un padre che davanti ai nostri occhi commossi scopre quanto il figlio lo guardasse, e quindi lo toccasse con gli occhi; questo contatto così rinnegato quando si esplicitava nel tatto riconquista il riconoscimento dovuto nel momento in cui esplode negli occhi di chi si credeva capace di minimizzare il bisogno fisico. Ogni volta che il cinema riconosce il corpo come luogo prediletto dell’amore sa creare con questa rivelazione opere coinvolgenti e indimenticabili: cosa che, grazie a Hirokazu Kore-Eda, oggi accade di nuovo.