Dossier Pedro Aguilera / 2 - Naufragio

Dossier Autore: Giorgio Sedona      Pubblicato il: 31/07/2017

Il rovesciamento del romanzo di Defoe è una scheggia mistica, e arcaica, nell'insensatezza della civiltà occidentale


Spagna, Germania 2010

Regia: Pedro Aguilera

Cast: Solo Touré, Kandido Uranga, Alex Merino, Julio Perillàn, Charly Bravo

Durata: 95 minuti

Un film, Naufragio, opera seconda del regista spagnolo Pedro Aguilera, che rovescia un romanzo, una civiltà occidentale, un modo di vedere e di pensare. Un anti-film di avventura, un suo opposto, un uomo bianco che si ritrova nero. Un uomo solo, come nel romanzo di Defoe, che non si scontra con la civiltà arcaica come nel romanzo ma che, inseguendo la voce del Padre, si affila come una lama nei tessuti di una civiltà occidentale foriera di incomprensioni, di schematizzazioni, meccanicistica, semplicistica ed ottusa: ideologicamente incivile. Nel film, Robinson, percorre il tragitto inverso. Viene trovato arenato su una spiaggia spagnola. Un uomo uscito dal mare, venuto fuori dalla nebbia, un Kaspar Hauser che segue una voce che gli pone davanti un obiettivo. Robinson, nel suo bagaglio, porta con se la sua cultura animista, delle pietre caratteristiche della sua Africa, pietre che sono state l’oggetto spesso delle usurpazioni coloniali dell’Occidente nei confronti della sua terra. Robinson è un uomo solo, che fa della sua passività nei confronti degli abitanti del vecchio mondo che incontra, uno scudo ed uno specchio, per difendersi e per rifletterli, esasperando la crisi dell’uomo occidentale. I valori di Robinson sono distanti dai valori degli uomini dell’altra riva, brucia il denaro, parla con un Padre imponendo le mani sulle pietre, rifiuta il sesso omosessuale di un ragazzo che si sente a sua volta escluso e recluso nella piccola periferia dove abita. Aguilera restaura il legame biblico tra il padre e il figlio, a Robinson non sono concessi miracoli, ma nonostante questo Robinson è strumento nelle mani del Padre, arma più che Verbo, lama più che eucarestia, portatore di una vendetta remota, mistica, ancestrale ma allo stesso tempo carnale e sanguinosa. Aguilera alterna sapientemente campi lunghi e primi piani, piani scoscesi, obliqui, dove i personaggi si muovono decentrati, in procinto di cadere, di rivelarsi per quello che sono. E’ lo stesso Aguilera che non svela, che suggerisce, lasciando aperta la porta della comprensione, imbecca e guida senza definire, senza restringere nella rigidità della definizione semantica una storia che viaggia al di sopra della comprensione, un naufragio che nasce da una nebulosa arena marina e che si muove tra i miraggi di una terra accaldata, che fa dell’incertezza gnoseologica un messaggio di arcaica – ed arcana – rivelazione. Robinson è il seme nero dell’uomo piantato nella terra, civilmente selvaggia, dalle mani del Padre, un’entità preistorica, in grado di dare segni ossimorici, come la fiamma sull’acqua, come le tenebre e la luce che mutano d’intensità quando egli entra in contatto con il figlio. Un personaggio vettoriale che nasce su di una spiaggia e che infine si rifugia, e forse muore avendo finito il suo compito, nell’oscurità della caverna; in quel luogo buio, angusto, prenatale che coincide con l’oblio e con quel tutto cosmico che è di per sé l’inizio dell’era umana e civile.

L’opera di Pedro Aguilera che, a posteriori, inizia a definirsi come una trilogia, indaga ed indugia di traverso le tre classi sociali – piccola- media borghesia (La influencia); il ceto basso, rurale e provinciale (Naufragio), l’alta borghesia (Demonios tus ojos), mantenendo per ognuna uno sguardo che cerca di sviscerarne le contraddizioni, gli stati d’animo sociali che portano alla solitudine dell’uomo e della donna contemporanei. In ognuna delle tre opere c’è sempre un fluido archetipico che disorienta l’oggettività dei differenti contesti, in La influencia è un rifiuto domestico, una tendenza alla depressione che porta la protagonista ad allontanarsi dai ritmi della vita civile, dai debiti, dalle responsabilità, lontano dal mondo, in naufragio, appunto, su vele spezzate dal vento occidentale, vinta dalla sofferenza della quotidianità. E la donna divenuta oramai anima domestica morente, punto cardinale spezzato dal trambusto sociale, nucleo catalizzatore di insieme e di unità disgregato, si traduce nel secondo film in archetipo, in dogma assassino, in pugnale, in spada di una divinità superiore, secolare, mano insanguinata di un destino costruito da un reietto, da un escluso dalla civiltà occidentale, un simbolo di usurpazione coloniale che torna a naufragare sulle coste spagnole in cerca di una catarsi vendicativa dettata da un ordine animista superiore al nostro, ostentato, materialismo. Diventando, infine con Demonios tus ojos, sguardo peccaminoso, incestuoso scopico, contemporanea indagine che supera il confine del lecito e del civilmente accettabile. Terzo occhio che porta ad una degenerazione morale che perlopiù investe l’etica di una società che non riesce a metabolizzare le passioni che nascono dall’attrazione, dalla carnalità, a discapito di un falso rigore morale occidentale.

Il naufragio dell’uomo contemporaneo è un naufragio dell’anima occidentale, dei suoi limiti cognitivi, dei suoi razzismi, dei suoi interessi personali e privati a discapito degli interessi umani ed umanitari. Un naufragio nella menzogna, nel ricatto, nella schiavitù, nella definizione di un mondo in lenta necrosi etica e morale, in lento indurimento, un naufragio su delle coste che oramai hanno la compattezza del diamante, inscalfibili, incapaci di reagire alle diversità; delle terre tecnologicamente avanzate che divorano, fisicamente, psicologicamente, eticamente, i propri figli, abbandonandoli alle loro private solitudini.