Dossier Paul Verhoeven / 09 - Basic Instinct

Dossier Autore: Carlo Valeri      Pubblicato il: 16/05/2017

Il grande classico di Verhoeven è un capolavoro di superfici pre-digitali in cui si gioca con i generi e si contamina la tradizione, mentre il piacere erotico si apre all'horror.


USA 1992

Regia: Paul Verhoeven

Cast: Michael Douglas, Sharon Stone, George Dzundza, Jeanne Tripplehorn, Dorothy Malone

Durata: 125 minuti

Basic Instinct è il grande classico di Paul Verhoeven con cui la generazione post-1977 ha dovuto confrontarsi. C’è tutto dentro quello che il cinema e il desiderio, sotto l’aspetto rappresentativo e merceologico, sarebbero diventati dal 1992 ai giorni nostri. Venticinque anni fa, alla sua uscita il film si rivelò un autentico evento in tutto il mondo. Gli incassi al botteghino furono pari solo alle polemiche della stampa e delle associazioni dei movimenti civili - soprattutto la comunità gay di San Francisco fu sensibilissima durante e dopo le riprese, e cercò in tutti i modi di boicottare il progetto per il modo con cui associava la bisessualità della protagonista femminile alla depravazione e alla violenza, ma non mancarono anche le reazioni dei cattolici ortodossi e le accuse di fascismo da parte dei progressisti. C’è stato un momento in cui era praticamente impossibile interfacciarsi con il film di Verhoeven, senza condividere sui media di allora giudizi dozzinali sulle scene di sesso, sulle versioni censurate o meno distribuite per il mondo, sulle dinamiche culturali e antropologiche messe in gioco dal soggetto di Joe Eszterhas, sul conflitto dei sessi e così via. C’è stato un prima e un dopo Basic Instinct, ma il rischio per anni è stato di sottostimare il valore cinematografico dell’opera riducendolo a fenomeno di costume.

Furono in pochi ad accorgersi subito quanto quello di Verhoeven fosse un capolavoro del cinema di genere - ma quale genere? Poliziesco? Erotico? Thriller? Ecco la prima modernità del film: aver definitivamente contaminato (o infettato? l’AIDS in effetti è uno spettro invisibile, “la prossima volta uso il guanto” dice Nick al collega Gus) l’incorruttibile classicismo noir de La fiamma del peccato. E solo il tempo ha saputo ricollocare questo titolo nella categoria delle grandi opere pre-digitali - eppure è un film già così avventurosamente multimediale! - sebbene tra i fan dell’autore olandese si continuino a preferire spesso altri capitoli.

Il primo paradosso è che nonostante la carne e il sangue esibiti, Basic Instinct rivisto oggi appare l’episodio meno fisico e maggiormente astratto della filmografia di Verhoeven. I riflessi di oro e luce nei titoli di testa ritraggono una superficie deformata, come i quadri di Picasso che i due poliziotti si divertono a commentare. Abbiamo a che fare con un grande film cubista, che frammenta la narrazione, il profilo psicologico e spirituale dei protagonisti e la stessa indagine poliziesca, costellata di tanti falsi punti di arrivo e continue ripartenze. La percezione della realtà è spezzata in molteplici punti di vista. Tra zoomate velocissime e carrellate improvvise e sinuose la mdp di Paul Verhoeven - coadiuvata dal genio del direttore della fotografia Jan de Bont, futuro regista di Speed - simula continuamente le percezioni ottiche dei personaggi, i rapid eye movement che caratterizzano le sequenze di pedinamento e di dialogo. Nella famosa scena dell’interrogatorio a Catherine Tramell/Sharon Stone, la vagina diventa così l’unico punto di fuga prospettico con cui coordinare le visioni (e i desideri) dei personaggi/spettatori. Al cospetto di una sceneggiatura ingarbugliata e molto più letteraria che cinematografica - non a caso Tramell è una scrittrice di romanzi - Verhoeven non raffredda la materia ma anzi la opacizza e riscalda, plasmandola in un’estetica in cui oggetti, corpi e architetture hanno la stessa rilevanza.

Come sempre la superficie ha un ruolo decisivo nella messa in scena del regista di RoboCop. Ma qui lo spazio e l’immagine assumono valenze allucinatorie ancor più ricche e sfumate che in altre opere. Tutto è effimero e parziale nel mondo di Basic Instinct, e il set stesso è una scenografia che continuamente si accende e si spegne, asseconda le curve musicali disegnate dalla strepitosa colonna sonora di Jerry Goldsmith, che a sua volta riprende i tornanti stradali (e morali) che Nick percorre nella propria via crucis uterina. Anche qui Verhoeven si scopre cineasta più medievale che illuminista. E infatti non c’è uno sguardo “alto”. Da questo punto di vista è un film tortuoso, sporco, a misura d’uomo, antitetico sia all’occhio geometrico di Kubrick, che al giudizio etico hitchcockiano.

Un’altra questione interessante è che per essere un thriller Basic Instinct non segue più di tanto la struttura, anzi si configura per certi versi come operazione potentemente antinarrativa. Il whodunit segue un climax stranissimo, quasi tutto onirico (il rompighiaccio del finale esiste davvero o è una proiezione mentale di lui/lei?), giocato sostanzialmente sul doppio binario scrittrice/psicologa che si risolve (?) in uno smascheramento in fuori campo. Manca una resa dei conti che non sia meramente sessuale, anche perché tutti i protagonisti finiscono con il rimanere prigionieri delle loro ossessioni. Per questo la scopata che chiude il film vale quanto una sparatoria e rilancia la complessità di tutta l’operazione, delineando nuovi contorni rappresentativi della suspense e della contaminazione dei generi. In camera da letto tutto è concesso, ma si può anche morire e il piacere erotico diventa horror, in un’arguta mescolanza tra i due generi più immediati e meno intellettuali per eccellenza. Non lo amavo, ci scopavo! Puro e semplice. E se la relazione tra Nick e Catherine fosse in verità il primo “documentario” del XXI secolo?