Dossier James Gray / 4 - Two Lovers

Dossier Autore: Samuele Sestieri      Pubblicato il: 27/06/2017

Perfettamente iscritto in geometrie hitchcockiane, il film più celebre di James Gray è una danza di doppi e di riflessi, uno scontro tra simulacri e realtà.


USA 2008

Regia: James Gray

Cast: Gwyneth Paltrow, Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas

Durata: 100 minuti

Mettere in scena un sentimento, rappresentare le inquietudini, gli indugi, le follie di un istante, i rimpianti dell’attimo dopo. Dare immagine all’impulso, corpo al desiderio, volto al sognatore: il cinema di James Gray, iscritto nel viso di Joaquin Phoenix, con Two Lovers entra nella strada della soggettiva, della pulsione scopica, dello sdoppiamento, ma soprattutto dell’amore. L’amore per un istante proibito, per un’avventura che scandaglia tutte le certezze del quotidiano.

“In quel momento” leggiamo Le Notti Bianche di Dostoevskij “egli si sente in diritto di credere che tutta quella vita non sia un effetto dell’eccitazione, un miraggio, un inganno dell’immaginazione, ma qualcosa di vero, di reale, di esistente”. Queste le parole del sognatore a Nasten’ka durante una delle notti pietroburghesi. Quella stessa donna gli appare quale visione, idea sacra, bella e tremenda come solo gli angeli sanno essere. Nella solitudine più opaca, il protagonista de Le notti bianche vive come in un sogno: le persone intorno a lui non sono altro che fantasmi, ombre che abitano la città, anime erranti che vagano lungo le strade. Egli è sempre alla ricerca di una scintilla, di un attimo che non appena si palesa già fugge via, di quella bellezza che si appoggia appena sul volto di un passante e poi si libra per andare chissà dove. Tutto questo traspare dagli occhi melanconici di Leonard, il protagonista di Two Lovers.

Non siamo a San Pietroburgo ma a Brooklyn, dal diciannovesimo al ventunesimo secolo il passo è enorme. Eppure le solitudini appaiono sempre le stesse: la ricerca incessante di un istante qualitativo, puro, è anche la costante del mondo contemporaneo. Leonard, abbandonato dall’amore di una vita, tenta goffamente il suicidio. Rinchiuso nella propria stanza d’infanzia, tornato a vivere dai suoi genitori – amorevoli ed apprensivi – egli è un uomo finito. Ridicolo, avrebbe detto Dostoevskij, perché proprio in questi tipi, in questi originali, lo scrittore trovava il folgore dell’innocente, il residuo di humanitas in una società sempre più corrotta e materialista.

Eppure Two Lovers è lontano dall’essere un semplice aggiornamento del racconto di Dostoevskij, perché fin da subito è capace di dare forma cinematografica a un mondo interiore, a un ricettacolo di sensazioni, sentimenti, volti, idee talmente intensi da far vibrare lo schermo. Ma soprattutto crea una sorta di doppio movimento cinematografico, di riflessione sulla natura stessa delle immagini: da una parte l’equilibrio, la stabilità di Sandra, una donna che nutre nei confronti di Leonard un affetto sincero e devoto; dall’altra il mondo oscuro di Michelle, la misteriosa vicina di casa che Leonard spia dalla finestra, in preda all’eccitazione.
Il desiderio non è mai univoco, ma si sdoppia in due: tanto Sandra è dolce, sincera, materna, disposta ad amare senza avere nulla in cambio (“Voglio prendermi cura di te”) quanto Michelle è sogno divenuto carne, Venere bionda e pericolosa, spettro notturno e artificiale, icona da contemplare tanto eterea da farsi impossibile. In qualche modo si potrebbe dire che Sandra è l’esistenza quotidiana, la sicurezza borghese, la vita agiata densa d’amore e d’affetto. Michelle, invece, è il cinema (nello stesso senso in cui si poteva dire che Grace Kelly era il cinema) inteso come crocevia di immagini e immaginari, galleria infinita di femme fatales e donne che non sono solo quello che sembrano. Lei è la grande avventura, il senso dell’ignoto, la bionda tutta cinematografica che piomba nell’orbita dello sguardo, trasformandosi in oggetto del desiderio (non a caso Gwyneth Paltrow interpreta il personaggio più erotico, più sensuale della sua carriera): in questo viene immediatamente da ripensare a Melanie Griffith finta bionda di quel capolavoro troppo spesso dimenticato che è Qualcosa di travolgente di Jonathan Demme.
Il punto ci pare proprio questo: torniamo sempre, necessariamente a La Finestra sul Cortile. James Stewart si innamora di Grace Kelly non quando si prende cura di lui, ma quando viene proiettata all’interno della storia, quando è oggetto della sua visione, quando si fa immagine nell’appartamento altrui: quando è in pericolo.

Two Lovers racconta la differenza tra corpo e immagine, tra reale e virtuale, tra conosciuto e sconosciuto. Se Michelle è immagine, allora lei è sempre in movimento, sfuggente, bellissima, inammissibile, precaria come un simulacro: è la donna che spezza il cuore, il cinema con tutto il suo potere immaginifico ed evanescente. Il mondo spiato dalla finestra ha la consistenza del sogno, della proiezione, del desiderio erotico introiettato e generato dalla forza dello sguardo. E allora si capisce come Two Lovers sia una magnifica danza di riflessi, dove i corpi di queste due donne rivendicano ognuno il proprio statuto ontologico: familiare e ignoto, in fondo in maniera non così dissimile da Velluto Blu di David Lynch dove Laura Dern era l’angelo innocente della provincia americana e Isabella Rossellini il lato oscuro del sottosuolo.
Se configuriamo Two Lovers come un apologo sul desiderio, sulle sue leggi spietate e sui sogni infranti, allora comprenderemo come questo desiderio sia una fonte incontenibile, esplosiva, in grado di divorare l’anima, di escludere qualsiasi chiarore. E’ il desiderio di una tenebra bionda, di un ignoto che vale la pena di essere vissuto perché eccitante e mai visto, ma pericoloso e struggente. Un desiderio esclusivo, orientato verso un’illuminazione improvvisa, che folgora e acceca, che uccide e vivifica.

Joaquin Phoenix dà vita all’ennesimo, straziante perdente della sua carriera, costretto ad affogare in un oceano di consuetudine, in una vita reale che lo consuma fin dalle interiora: eppure, ne siamo certi, è la stessa esperienza del vuoto, lo stesso incontro con Michelle, a fargli comprendere e sentire l’amore di Sandra. Il finale del film, d’altronde, offre sia il calice amaro del sogno infranto, sia la possibilità di un affetto molto più vicino, di una dolcezza più stabile certo, ma anche più onesta, più debole, più tremolante...più viva. Non importa che il mondo che circonda Sandra sia un mondo di squali, quello che importa è l’abbraccio finale, è la stretta a due che, anche quando si allarga, non presta alcuna attenzione agli altri presenti: esistono solo Leonard e Sandra, tutto il resto è come sospeso in un continuo, sdegnoso poi si vedrà...

James Gray si fa cantore di un cinema di possibilità, di rimpianti e nuove speranze. E lo sguardo di Isabella Rossellini (proprio lei, che fu la donna del mistero in Velluto Blu) posato sul figlio mai partito è uno dei più strazianti degli ultimi anni.