Dossier H. P. Lovecraft / 10 - Le vergini di Dunwich

Dossier Autore: Matteo Berardini      Pubblicato il: 13/04/2017

Ultimo dei tre adattamenti lovecraftiani prodotti da Corman, il film di Haller non riesce a restituire l'atmosfera e i toni del racconto, né a creare un percorso autonomo che ne prenda il posto.


The Dunwich Horror

USA 1970

Regia: Daniel Haller

Cast: Dean Stockwell, Sandra Dee

Durata: 90 minuti

Con La tomba di Ligeia, nel 1964, si chiudeva il ciclo di adattamenti tratti dalle opere di Edgar Allan Poe e firmati da Roger Corman, per la sua American International Productions. Sul finire degli anni Sessanta altri film si sarebbero aggiunti al gruppo ma nessuno di questi a firma di Corman, che sciolto il suo legame con il grande scrittore si preparava a lavorare su altre influenze letterarie, ben più mostruose e ricche di orrore. La nuova fonte di Corman e dell’AIP diventano così i Miti di Howard Phillips Lovecraft, dai quali il regista campione del film a basso costo ricava tre pellicole, di cui solo la prima (La città dei mostri) a suo nome. I restanti film vengono affidati alla regia del suo scenografo di fiducia, Daniel Haller, che sulle orme del maestro firmerà prima La morte dall’occhio di cristallo e infine questo Le vergini di Dunwich.

L’orrore di Dunwich è secondo soltanto a Il richiamo di Cthulhu per l’importanza che ha assunto all’interno dei ciclo dei Miti. Quello pubblicato nel 1929 sulle pagine di Weird Tales è infatti uno dei racconti cardine di Lovecraft, fondamentale per la definizione di quell’immaginario alieno che lo scrittore di Providence stava lentamente creando (e che lui definiva «il Ciclo di Arkham»). Arkham e la Miskatonic, il Necronomicon, il Dr. Henry Armitage e ovviamente Dunwich stessa; sono moltissimi gli elementi dei Miti che convergono ne L’orrore di Dunwich, tasselli che si innestano su un’atmosfera mai così malsana e mortifera, animata da un andamento narrativo particolarmente originale e carico di tensione. Il risultato è come detto uno dei migliori racconti a firma di Lovecraft, dal quale Haller e l’API ricavano purtroppo un film debole e spurio, lontano dai toni lovecraftiani e troppo succube dei ricorsi stilistici tipici del periodo.

Realizzato nel 1970, Le vergini di Dunwich vede impegnarsi Dean Stockwell nei panni di un mesmerizzante cultista del profondo New England, ma il suo Wilbur Whateley non ha nulla delle mostruosità descritte sulla carta da Lovecraft. Il film di Haller infatti tratta Dunwich e il culto dei Miti come l’ennesima setta religiosa americana a caccia di donne da sacrificare, appiattendo la portata cosmica del loro operato e la perversione dei loro intenti. Questo slittamento esoterico corrisponde ad una forma stilistica fortemente sixties, tramite la quale Haller si confronta con l’improba sfida di mostrare ciò che non può essere mostrato, l’orrore cosmico; il risultato sono momenti allucinati più psichedelici che sconvolgenti, spesso affidati ad un montaggio rapido di immagini dai colori accesi, un flirt dal sapore ultrapop estraneo al New England dei Miti ma soprattutto privo di suspense e senso del mistero. L’inganno perpetrato da Whateley nei confronti dell’ignara Nancy ci sembra piuttosto più vicino alla macabra fine di Sharon Tate, per indicare così quel mondo di religiosità distorta e talvolta violenta insorta dagli stravolgimenti del decennio precedente. In questo senso, focalizzando il racconto sul fascino dell’antico culto e sul suo potere di irretire nuove generazioni di giovani, Le vergini di Dunwich ha comunque il merito di anticipare le tensioni soggiacenti al successivo cult The Wicker Man, senza però avere nulla della sua forza espressiva.

Il peccato principale di Haller (che pur essendo un regista mediocre riesce a regalare alcuni attimi di particolare fascino esoterico) è quindi quello di approcciarsi al mondo di Lovecraft da una prospettiva strettamente contenutistica e di conseguenza arida, priva della capacità dimostrata da Corman di unire l’utile della produzione economica al dilettevole e sincero amore per la materia trattata. Haller piuttosto dimostra come senza Corman questa formula di adattamento letterario sia irrimediabilmente saltata, con risultati così dimenticabili e soprattutto privi di un dialogo reale con il loro referente cartaceo.