Dei

VISIONI Autore: Emanuele Protano      Pubblicato il: 22/06/2018

Alle prese con il suo primo lungo di finzione, Cosimo Terlizzi firma un esemplare racconto di formazione.


Italia 2018

Regia: Cosimo Terlizzi

Cast: Andrea Arcangeli, Angela Curri, Matthieu Dessertine, Luigi Catani, Martina Catalfamo

Durata: 90 minuti

Martino è un ragazzo del sottoproletariato barese che vive ai bordi di una città alla quale sogna di appartenere. È per questo che saltuariamente e clandestinamente frequenta l’università che non può permettersi – sia per motivi anagrafici che economici. In città Martino esprime quello che nella sua casa in periferia non può: con il suo gruppo di amici è libero di frequentare posti che altrimenti non potrebbe, conoscere persone fuori dal suo ventaglio sociale, assorbire conoscenze altrimenti inaccessibili. Questa sua doppia vita crea delle idiosincrasie inevitabili a cavallo della sua già problematica adolescenza, fra la parte familiare di Martino che non comprende appieno le frequentazioni cittadine e borghesi del figlio, e quella dei suoi amici di città, che faticano a sintetizzare le loro essenze e attitudini urbane piccolo-borghesi con il background da cui Martino proviene. In questa parentesi di tempo Martino si trova ad affrontare le problematiche riguardanti il suo percorso di crescita e formazione come pure le tensioni e differenze sociali che i due mondi fra i quali si barcamena creano ed esasperano.

Agli inizi del secolo scorso lo psicologo tedesco Wolfgang Köhler coniò il termine insight, per definire più che una semplice intuizione un processo intellettivo vero e proprio che possa cambiare la percezione di porzioni della nostra realtà. Fu cosi che Köhler dimostrò che uno scimpanzé all’interno di una gabbia, in grado di creare un oggetto unendo più bastoni fra loro per raggiungere delle banane altrimenti irraggiungibili, non aveva semplicemente accorpato dei pezzi di legno, ma aveva creato una “canna”, un utensile rivoluzionario nella mente del primate che andava ben oltre una semplice intuizione e che modificava irreversibilmente la sua percezione di una porzione di mondo. Gli stessi primati, dovendo raggiungere del cibo posto a grande altezza, compresero che alcuni scatoloni insignificanti potevano diventare – uno sopra l’altro – delle scale atte a raggiungere il cibo. I concetti di “canna” e “scala”, in questo senso, sono profondamente gestaltisti, intesi come modelli paradigmatici della elaborazione del pensiero, della successiva percezione dell’esperienza, del comportamento e della sintesi risolutiva di essi. Martino, nel suo mondo sottoproletario ai confini della città, non è poi così diverso dallo scimpanzé in gabbia di Köhler. Anche lui vuole di più e non si accontenta della sua condizione. Vuole qualcosa al di fuori del suo habitat naturale.

Il Potere, nelle sue forme sovrastrutturali, ha creato per tutti noi – Martino incluso – dei mondi in buona parte autosufficienti dove potersi muovere senza il necessario desiderio di curiosare al di là di essi, al fine di disinnescare il più possibile la lotta sociale. Ha creato degli spazi fisici e di senso dove il tutto, autoregolandosi, vive in armonia con se stesso. Ma Martino attraverso le sbarre della gabbia è riuscito a guardare oltre il proprio recinto e ha visto qualcosa per cui vale la pena ingegnarsi e lottare per ottenere, rivelando il suo potenziale insight. Tuttavia a Martino non basta creare una “canna” per raggiungere il cibo desiderato. Martino vuole aprire la gabbia e raggiungere l’oggetto del desiderio con le sue gambe, calcare la terra fuori dal recinto, guardarsi attorno sperimentando nuove prospettive, creando inevitabilmente tensioni e lacerazioni fra le sovrastrutture che lo vorrebbero nella sua gabbia-mondo e la lotta per l’autoaffermazione ed emancipazione di se stesso che lo spingono fuori. Il suo insight è la comprensione dell’esistenza delle sovrastrutture e la possibilità di lottare per sconfiggerle. La partita si giocherà nell’abilità di Martino nell’abbatterle o meno.

Dei, prima opera di finzione di Cosimo Terlizzi, è dunque un’opera di formazione dove le dicotomie fra campagna e città, proletariato e borghesia sono la sublimazione espressiva delle vere polarità del film, ovvero quelle fra adolescenza ed età adulta, fasi della vita nelle quali Martino si dimena e dove si gioca la partita più importante, poiché se l’uscita dall’adolescenza è inevitabile è pero cruciale farlo nei modi sognati e voluti dal protagonista, che lo renderanno o la persona che ha sognato di essere o una copia sbiadita e malinconica di quello che sarebbe potuto diventare ma che non ha avuto i mezzi o le competenze per essere.

Terlizzi firma un’opera esemplare per il suo esordio al cinema di finzione, con delle insufficienze in alcuni reparti (performance attoriali, snodi di sceneggiatura e una certa ultra-visione scenica) in questa sede soprassedibili, consegnando allo spettatore un’opera sussurrata dei nostri “tempi delle mele”, dove però assieme al percorso di maturazione del protagonista vi è come contrappunto inamovibile quello legato al suo status sociale, quasi – sembra suggerire Terlizzi – le due cose siano complementari l’una con l’altra.