Dearest

VENEZIA 2014 Autore: Giulio Casadei      Pubblicato il: 28/08/2014

Peter Chan torna alla Mostra nove anni dopo Perhaps Love con un melodramma sociale e politico ispirato da eventi reali


Qin'Ai De

Hong Kong, Cina 2014

Regia: Peter Ho-Sun Chan

Cast: Zhao Wei, Huang Bo, Tong Dawei, Hao Lei, Zhang Yi, Zhang Yuqi

Durata: 135 minuti

Cosa può esserci peggio di perdere il proprio figlio? Forse solo ritrovarlo anni dopo e scoprire che è cambiato e che non riconosce più i suoi genitori naturali. Ce ne parla con una generosità e un talento fuori dal comune l’hongkonghese Peter Chan con il suo bellissimo Dearest, melodramma sociale e politico che prende spunto da eventi realmente accaduti per raccontarci del rapporto genitori – figli nella società cinese contemporanea, sempre più divisa dall’avidità e schiacciata dalle differenze sociali. Nella realtà dipinta dal film i figli sono oggetto di sentimenti laceranti, sono contesi, desiderati, sottratti, agognati, ricercati ossessivamente fino all’annullamento di sé. In alcuni casi divengono persino merce di scambio, o addirittura uno strumento di guadagno immediato. In tanti ricorrono ai rapimenti, rispondendo a ragioni meramente economiche oppure a quelle non meno impellenti del desiderio materno. Dall’altra parte coloro che hanno perduto i loro figli si coalizzano alla ricerca dei bambini perduti. È quello che accade alla coppia protagonista, divisa dalla separazione e riavvicinata dal rapimento del loro bambino per mano di uno sconosciuto. Da quel momento inizia un lungo calvario che li porta in giro per il paese alla disperata ricerca di una traccia, un indizio, un appiglio a cui aggrapparsi. Come in un eterno surplace vivono divisi tra un passato carico di ricordi e sensi di colpa e un futuro timidamente affacciato sulla speranza. Un giorno però accade l’imprevedibile: il figlio viene ritrovato in un remoto villaggio ormai cresciuto e adottato da una famiglia di contadini, composta da una madre e una bambina più piccola. Qui inizia un altro film di segno completamente diverso: dai ritmi sostenuti del thriller che avevano cadenzato la prima parte passiamo a quelli compassati del melodramma familiare. Uno scarto che è estetico e geografico insieme, dalla metropoli veniamo catapultati nella Cina rurale. I punti di vista raddoppiano: non solo la coppia protagonista, che deve confrontarsi con la freddezza del figlio, ma anche il dolore della madre adottiva, alla quale il bambino è legato da un sentimento profondo. Come nel film di Kore-Eda Like Father Like Son vengono contrapposte le ragioni della famiglia naturale a quelle non meno forti della famiglia adottiva. In mezzo a tanta sofferenza non c’è soluzione che possa accontentare tutti e alla fine, amaramente, sembra prevalere tanto per gli uni quanto per gli altri un senso di frustrazione. I genitori naturali si ritrovano con un figlio che gli appartiene solo legalmente ma che non sa più parlare la lingua dei sentimenti; la madre adottiva, al contrario, si vede sottrarre in rapida successione entrambi i figli, adottati illegalmente, e quindi spogliata del ruolo genitoriale. Quando il vuoto risulta intollerabile sopraggiunge un secondo scarto che rilancia ulteriormente la posta: uno stacco ci catapulta dalla finzione alla realtà con un effetto straniante. Negli ultimi minuti convivono sullo schermo gli attori e i personaggi reali, in un cortocircuito filmico che sembra enunciare tutti i limiti della rappresentazione cinematografica. Peter Chan sembra stabilire una soglia oltre la quale il cinema non può andare. È una questione di rispetto e onestà: tutta quella che il cineasta di Wuxia e Perhaps Love ha sempre dimostrato nel corso della sua carriera e che qui conferma con un film capace di toccare vette vertiginose, come nelle incredibili sequenze dell’inseguimento o della visita notturna della madre alla figlia. Schegge di un cinema a tratti entusiasmante che si offre agli spettatori in tutta la sua incontenibile passione.