Dear White People

Videodrome Autore: Attilio Palmieri      Pubblicato il: 11/05/2017

Approda su Netflix il prismatico adattamento seriale del sorprendente film di Justin Simien.


Nel 2014 il giovane regista statunitense Justin Simien esordisce nel lungometraggio con Dear White People, film indipendente a basso budget considerato tra i più interessanti del concorso al Sundance Film Festival di quell’anno. Il racconto si basa su una finta università dell’Ivy League in cui la presenza di una consistente quantità di studenti di colore contribuisce al montare tensioni sempre più aspre, sia tra gli iscritti sia tra studenti e istituzioni universitarie. Ogni vicenda è vista attraverso lo sguardo del blocco afroamericano, tanto che lo stesso titolo dell’opera – che riprende quello di un programma radiofonico indipendente condotto dalla protagonista – si rivolge direttamente ai bianchi. Se il film ha rappresentato una novità sorprendente nel panorama cinematografico americano, la serie televisiva ad esso ispirata, e sviluppata da Netflix con lo stesso Simien, riesce nell’arduo compito di realizzare un affresco ancora più ampio e approfondito.

L’iperproduzione seriale contemporanea vede tra i suoi fenomeni ricorrenti operazioni di remake e riscritture che dal cinema conducono alla televisione, ciascuna con le proprie peculiarità e con risultati non sempre entusiasmanti, come nel caso The Snatch, adattamento angloamericano prodotto dal canale online Crackle. Analogamente a Fargo, Dear White People si presenta invece come una delle trasposizioni più intelligenti e innovative, proponendo un lavoro di espansione e diversificazione originale e capace di adattarsi ottimamente al cambiamento di medium. A differenza della serie che prende il nome dalla città del North Dakota, Dear White People nel passaggio dal cinema alla televisione mantiene almeno parzialmente la continuità autoriale: se nel caso di Fargo infatti i Coen si sono limitati al ruolo di executive producer affidando la responsabilità creativa alle ottime mani di Noah Hawley, in Dear White People Justin Simien riveste il ruolo di showrunner oltre che di regista e sceneggiatore di alcuni episodi.

Dear White People si muove in organica continuità con la materia di partenza, allontanandosi da essa gradualmente episodio dopo episodio pur senza mai dare l’impressione di voler rinnegare le proprie origini. “Chapter 1” è infatti quello con più punti di contatto con il film del 2014, di cui riprende la messa in scena in chiave satirica, la protagonista, il triangolo amoroso in cui è coinvolta e i personaggi principali. Già dal secondo però si ha a che fare con una narrazione profondamente diversa, che a partire dalla struttura dimostra di sapersi adattare al racconto episodico presentando un’organizzazione modulare in cui ogni tassello, per quanto parte di una storia unica dalla trama orizzontale tutt’altro che irrilevante, possiede caratteristiche tematiche distintive. Ciascuno di essi è dedicato a un personaggio, sottolineando così la coralità della narrazione e amplificando la pluralità dei punti di vista; in questo modo la serie arricchisce e stratifica il discorso rispetto al film, specie nel caso di alcuni eventi narrativamente cruciali che sono presentati attraverso il filtro di più personaggi.

A rendere ancor più interessante la struttura narrativa di Dear White People vi è un’altra caratteristica. La serie infatti è divisibile nettamente in due parti uguali, congiunte dal quinto episodio che funge da giro di boa stagionale. “Chapter 5”, diretto dal Barry Jenkins di Moonlight (Miglior film agli Oscar del 2017), è pertanto caratterizzato da una significativa crucialità narrativa e fa da turning point della stagione, influenzando tutti gli episodi successivi e donando alla serie una personalità indipendente dal film. Si tratta infatti di un episodio dedicato totalmente a Reggie – forse il personaggio più trascurato nel lungometraggio – che oscilla tra discorsi sul razzismo e sull’impegno civile, tra vita reale e cultura popolare, e si conclude con un climax in cui lo stesso Reggie è vittima proprio di quella violenza delle forze dell’ordine spesso paventata negli episodi precedenti ma mai davvero mostrata.

Dear White People si inserisce in quel solco di serie televisive capaci di parlare della black culture con linguaggi nuovi, riuscendo cioè a emanciparsi dal riferimento principale ma ormai davvero ingombrante del cinema di Spike Lee. Per quanto centrale nella storia del cinema – sia per la messa in scena unica dell’autore sia in quanto vigorosa voce di un intero popolo – il modo in cui il regista di Fa’ la cosa giusta ha raccontato il mondo black non è più oggi l’unico possibile e spesso neanche quello più efficace. La globalizzazione e l’integrazione culturale (ma anche le varie forme di appropriazione) hanno rotto i lucchetti che imprigionavano quel mondo, creando dal cinema alla musica, dalla televisione alle arti visive una permeabilità inedita. In questo contesto i codici linguistici si fanno sempre più riconoscibili e il pubblico bianco, per diverse ragioni, più interessato a questo tipo di storie.
La televisione da diversi anni sembra aver trovato vie alternative per mettere in scena la black culture: narrazioni capaci di non prendersi troppo sul serio come Empire, serie come The Get Down in grado raccontare la genesi dell’hip hop attraverso uno stile postmoderno e fumettistico, o ancora Atlanta, capace di immergere lo spettatore con ironia nel ghetto in cui l’autore/attore Donald Glover è cresciuto senza però rinunciare a metterne alla berlina i punti di maggiore criticità. Dear White People dal canto suo sfrutta i differenti livelli del racconto per mostrare dall’interno uno scontro culturale che non ha nulla a che fare con la dicotomia bianchi-ricchi contro neri-poveri. A partire dal fittizio college americano infatti la serie ad un primo livello presenta le principali dinamiche relazionali grazie a un narratore esterno (Giancarlo Esposito) che rivela lo statuto finzionale del racconto; un secondo livello invece accompagna lo spettatore all’interno delle stanze del college e gli introduce i personaggi principali, descrivendoli nel dettaglio e senza aver paura di metterne in mostra difetti e fragilità, anzi facendo di questi i suoi punti i maggior interesse.

Justin Simien e Netflix si sono lanciati in un’operazione tutt’altro che semplice che a conti fatti non possiamo che giudicare riuscita. Al centro dell’intero discorso ci sono i personaggi, attraverso i quali la serie ha la possibilità di trattare alcune fondamentali questioni. A partire da Sam si ragiona sulla fascinazione per la protesta e sugli atteggiamenti egoistici che questa può comportare; Lionel è il mezzo per parlare di omosessualità in un contesto spesso omofobo (sebbene in questo caso il gruppo sociale di riferimento sia molto più progressista che in altri); Troy e la sua condizione sociale accompagnano lo spettatore nella dialettica tra privilegi e costrizioni sociali; Coco, da sempre vittima della maggiore personalità dell’amica Sam, è il più fragile dei personaggi, costantemente vittima dei giudizi esterni e perennemente alla ricerca del compiacimento degli uomini; Gabe, unico bianco del gruppo, incarna il punto di vista esterno al contempo giudice e giudicato.
Pur non rimanendo costantemente sugli altissimi livelli di scrittura e messa in scena degli episodi centrali, in particolare per quanto riguarda il pilot e il season finale – forse anche per gli strutturali obblighi narrativi di cui sono investiti – Dear White People costituisce senza alcun dubbio una delle novità più interessanti di questi primi quattro mesi del 2017, grazie a una scrittura brillante, mai banale e sempre in bilico tra la commedia e il dramma, alla capacità di cavalcare con originalità un tema attualmente molto in voga e alla messa in scena che ha il coraggio di prendere decisioni a volte anche radicali come nel caso degli sguardi in macchina.