Dancing with Maria

VENEZIA 2014 Autore: Davide Eustachio Stanzione      Pubblicato il: 02/09/2014

Il documentario dell'esordiente Ivan Gergolet può vantare una protagonista meravigliosa e carismatica, ma ciò che le gravita intorno non ha la medesima forza. Tra i film della Sic 2014


Italia, Argentina, Slovenia 2014

Regia: Ivan Gergolet

Durata: 75 minuti

Maria Fux è una danzatrice argentina che nel suo studio di Buenos Aires in cui vive e lavora dà ospitalità indistintamente a tutti coloro che ne hanno bisogno, a prescindere dall’estrazione sociale, dal passato e dalla provenienza, dalle diversità e da qualsiasi altro fattore ai suoi occhi totalmente irrilevante. Mette insieme un ensemble di danzatori il più ampio e composito possibile e li guida lei stessa, coordinandone i movimenti e le posture, ma soprattutto dettandone l’approccio alla vita e insegnando loro a concepire nella maniera più saggia e rasserenata il flusso dell’esistenza. Dancing with Maria, il film di Ivan Gergolet presentato alla 29esima edizione della Settimana della Critica di Venezia, è un documentario italiano co-prodotto tra l’Italia, l’Argentina e la Slovenia (terra legata alle origini del regista), in cui si racconta del ballo come chiavistello per accedere a un forma quasi epicurea di piacere: l’assenza di sofferenza, cui fa esplicitamente seguito la riconciliazione con se stessi e con gli altri che non può non passare dalla piena consapevolezza della propria corporeità.

La casa-studio di Maria Fux non è solo ostello per molti reietti o per gente sfortunata, è una palestra dell’anima accogliente e rigenerante, in cui al posto dei pesi e delle flessioni si realizza una lotta quotidiana per tonificare il proprio spirito e renderlo solido e vigoroso per affrontare il mondo esterno senza lasciarsi stritolare. Maria cerca la melodia interna a ogni essere umano e il regista Ivan Gergolet restituisce la grande portata umanitaria e filantropica di questo percorso di vita focalizzandosi su di lei, sulla sua gestualità e sul suo carisma affettuoso e ingombrante, da nonna amorevole e apprensiva. Quando è in scena Maria, il film decolla trainato da un personaggio fortemente interessante non solo dal punto di vista caritatevole ma anche da quello cinematografico. La Fux infatti ha addosso una tangibile concezione dinamica del movimento che è decisamente filmica, dalla testa ai piedi: attraverso di esso ella segmenta lo spazio destinato a sé e agli altri, creando intersezioni prossemiche e prospettive emozionali. Proprio attraverso il movimento la donna, pur non sapendo da dove provenga chi gli sta intorno e che origini abbia, si rende conto della natura dell’anima che si cela dietro ognuno di loro.





Il limite del film sta però nell’incapacità di mantenere lo stello livello d’interesse anche sugli altri esseri umani presenti, come se fossero riempitivi o semplici divagazioni circolari. Un difetto che non pare perpetrato in malafede ma che di sicuro contribuisce ad afflosciare non poco lo spessore e il tenore complessivo dell’opera, che quando evade dalla centralità della protagonista, per fortuna non spessissimo, non sembra avere un’idea di cinema del reale così forte da giustificare la presenza della macchina da presa in quell’area circoscritta di lezioni e sessioni. I corpi allora diventano solo puntelli inseriti in coreografie comunque non esaltanti, filmate con scarso e dispersivo senso della composizione e un realismo fin troppo scialbo, specie per delle pratiche sulla carta così coinvolgenti. Ed ecco che il film, nonostante un finale bellissimo in cui tutto si assorda e l’occhio della macchina da presa plana dall’alto emozionando e riempiendo il cuore, preferisce ritornare puntualmente su Maria donandole tutto se stesso, consacrandosi alla sua esperienza vita e di danza mai paga di bellezza e armonia a dispetto della stanchezza fisica dei suoi quasi novant’anni. E’ pertanto giusto che il film si costruisca intorno a lei, perfino sacrosanto, ma ciò non ne esalta la riuscita e piuttosto, se possibile, ne evidenzia le mancanze. Il pensiero non può non andare allora a Pina 3D di Wim Wenders, al suo uso magistrale dello spazio e della tridimensionalità, che toccava la commozione e sfiorava il sublime senza poter ricorrere direttamente a Pina Bausch ma evocandone il genio attraverso gli effetti concreti che la sua arte aveva prodotto, facendo leva sulla forza e i mezzi del cinema e della danza e non (solo) sulla suggestione declamatoria di gesti e parole.