Colossal

Cose preziose Autore: Pietro Lafiandra      Pubblicato il: 08/02/2018

Nacho Vigalondo riscrive i codici del monster-movie innervandolo di temi non scontati e contemporanei, anche se manca un certo grado di profondità.


Spagna, Canada 2016

Regia: Nacho Vigalondo

Cast: Anne Hathaway, Dan Stevens, Austin Stowell, Jason Sudeikis, Tim Blake Nelson

Durata: 110 minuti

Sono tanti e molto attuali i temi toccati da Nacho Vigalondo con Colossal, lo sci-fi dal buon responso di critica che vede Anne Heathaway come protagonista e che fino ad oggi si è rivelato il più grande successo in termini di incassi del cineasta spagnolo.
Quali sono le implicazioni morali del poter controllare un’arma a chilometri di distanza, e come ci si può rendere conto dei danni che questa potrebbe causare se lontani dall’ambiente in cui viene rilasciata? Per quanto tempo e in quali modi il rancore può sedimentare nel e manifestarsi sul corpo? E ancora: come riappropriarsi del controllo su noi stessi quando si è sopraffatti dalla rabbia? E soprattutto: che conseguenze ha questa rabbia sul nostro corpo e sulla nostra capacità di generare violenza?

Nel 1979, David Cronenberg dava risposte inedite e scioccanti a quest’ultima domanda con Brood - La covata malefica, ritratto di una donna che attraverso delle sedute psicoterapeutiche genera un utero esterno da cui nascono piccole e violentissime creature che tentano di ucciderne la figlia. Da allora sono passati però quasi quarant’anni, al piccolo si sostituisce il grande, e al Baby Killer (It’s Alive!) di Larry Cohen o i Gremlins di Joe Dante si sono sostituiti i Kaiju di Pacific Rim e del Godzilla di Gareth Edwards. Allora va da sé che il mostro che invade Seul alle 8:05, e che Gloria – una ragazza che si vede costretta a tornare nel paesino in cui è cresciuta dopo la separazione col fidanzato – scopre essere un suo avatar, non poteva che essere un alieno dalle proporzioni mastodontiche. Infatti, quando Gloria attraversa un giardinetto del paese, l’organismo simbionte del Kaiju ne mima i movimenti come se lei fosse un controller e lui il personaggio di un videogioco, devastando così la capitale coreana con movimenti goffi e incoscienti.

Per questo Colossal è una presa di posizione forte da parte del regista, — ripensando al passato militaresco che intercorre tra Stati Uniti e Corea — grazie al quale scontri armati e videogiochi iniziano a trovare punti d’incontro in droni e fucili di precisione che permettono di eludere lo scontro ravvicinato. Ma alla componente politica se ne affianca una emotiva, intima e personale, più adatta al genere e meglio sviscerata.
I media, che permettono a Gloria di prendere consapevolezza delle conseguenze che le sue azioni sconsiderate stanno avendo su Seul, assumono in Colossal la funzione di uno strumento rivelatore, perdendo quella carica negativa (e molto retorica) di cui gli autori di horror e commedie contemporanee li investono. Gli smartphone, i computer, i televisori restituiscono alla protagonista un’immagine in scala 100:1 del suo corpo e una stilizzazione catastrofica di quelli che sono i suoi atteggiamenti sconsiderati non solo verso gli altri ma verso se stessa, innescando così in lei un processo di maturazione volto ad una progressiva assunzione di responsabilità.
Da anti-protagonista quale viene presentato all’inizio del film, il personaggio interpretato dalla Heathaway risulta così interessante agli occhi dello spettatore proprio perché imperfetto, e la ricollocazione Kaiju in una forma altra rispetto al genere di appartenenza (sci-fi, monster movie, eco-horror che dir si voglia) è un’operazione contemporanea che colloca la commedia nella dimensione del cross-over postmoderno, tra il blockbuster e il thriller.
Certo, proprio con la forma si deve scontrare Vigalondo, una forma che se da un lato è il quid del film, dall’altra, pur nella sua fluidità, impone scelte rigide e mirate alla distribuzione ad un target ben definito. Gli spunti interessanti di cui l’opera è ricca restano quindi solo accennati, e si smarriscono nelle maglie serratissime di una narrazione canonica e scorrevole (a dire il vero, è il regista stesso a non essere interessato ad addentrarsi in analisi più strutturate e il paragone con Cronenberg è da intendersi solo al livello superficiale dei temi abbozzati). Tuttavia la volontà di produrre un “intrattenimento profondo” e la ricerca di rinnovamento nei codici del “film da sabato sera” è un’operazione sempre apprezzabile e sempre da supportare.