Coco

Il nuovo lungometraggio animato della Pixar è all'insegna della contaminazione di culture e iconografie: un dialogo fra la vita e la morte per comprendere il proprio posto nel mondo.

Scorrono i titoli di testa di Coco e la storia della famiglia di Miguel si offre ai nostri occhi sotto forma di ricami su tela ruvida che prendono “vita” per rimandare ai fatti evocati dalla voce fuori campo: qualcosa del genere avveniva in Cile negli anni Settanta, quando le donne raccontavano le storie delle loro famiglie ricamandole perché fossero così tramandate: in quel caso era una mossa per sfuggire alla censura del regime di Pinochet, e quindi alla morte, e ci sembra un modo ideale per intraprendere qualsiasi discussione intorno al tema del trapasso, così centrale nella storia e nella cultura da cui il nuovo progetto Pixar tanto generosamente attinge – peraltro il ricamo su tela ruvida cileno ha avuto poi un effettivo prolungamento in animazione, grazie ad artiste quali Vivienne Barry nel corto Como alitas de chincol, del 2002.

Lee Unkrich e Adrian Molina, infatti, non concepiscono la morte come un distacco, ma come un attraversamento, un momento di dialogo fra il Qui e l’Oltre, ideale per dare forma a un confronto fra la cultura statunitense (da sempre celebrata dalle opere Pixar) e quella latino-americana, seguendo peraltro una direttrice che rimanda agli esperimenti disneyani degli anni Quaranta di Saludos Amigos e I tre Caballeros: il rispecchiamento primario della Pixar, dopotutto, è sempre con la grande tradizione codificata dal “padre” Walt e in questo senso non deve stupire che la chiave di volta per affrontare questo viaggio tra le dimensioni sia la famiglia. Il terreno su cui Coco gioca la sua partita è infatti il conflitto tra quanto sedimentato dalle generazioni (e che rischia pertanto di generare limiti) e la soddisfazione personale che pure risponde a un talento innato e che può rispecchiarsi nella lezione del passato.

La fuga di Miguel e il conseguente attraversamento del confine tra la vita e la morte ci dice pertanto di una volontà pervicacemente attaccata alla vita (la passione per la musica), ma che deve imparare a confrontarsi con la morte (ovvero la negazione imposta dal destino) per poter comprendere appieno il proprio percorso passato e futuro. Il tutto senza manicheismi di sorta: è innegabile infatti, che il piacere maggiore trasmesso dalla pellicola stia proprio nella rappresentazione dei due mondi. Unkrich, come già nel suo capolavoro Toy Story 3, si dimostra affascinato dalle possibilità più oscure del soggetto e dal corteggiamento con certe iconografie in salsa gotica. Si crea in questo modo un’ulteriore dialettica, che avvicina e oppone al contempo Coco a opere che pure hanno lavorato sull’iconografia dell’aldilà in salsa musicale – si pensi al Tim Burton de La sposa cadavere, o ancor più all’elegia malinconico-esistenziale del corto Ciao scheletri di René Castillo (del 2002), fino al recente Il libro della vita, di Jorge R. Gutierrez. Il tutto cercando un punto di vista personale, che privilegi l’arancio o il rosso, piuttosto che il classico verde-bluastro, e figure grottesche che sembrano rimandare alla lezione di Charles Addams, riscritta attraverso l’iconografia più tondeggiante disneyana – interessante in questo senso anche il contrasto fra l’incorporeità della computer graphic e la fisicità del contesto latino.

L’adesione al punto di vista di Miguel viene così a contaminarsi con un fronte narrativo quanto mai aperto e disponibile a seguire gli slittamenti necessari a mantenere il baricentro narrativo sempre basculante fra il mondo dei vivi e quello dei trapassati, fra il desiderio assolutamente vitalistico di un’espressione musicale, e le istanze mortifere di una famiglia castrante che non capisce il bisogno di rompere gli schemi. In questo senso, la vicenda continua a ribaltare prospettive e aspettative, giocando con i ruoli dei vivi e dei morti, dei buoni e dei cattivi, degli inetti e dei creativi, di protagonisti e deuteragonisti – il titolo stesso, non a caso, si riferisce alla presenza, apparentemente secondaria ma in realtà fondamentale, dell’anziana nonna.

In virtù di questa natura molteplice, la stessa riappacificazione finale può essere letta tanto come un ritorno alle origini quanto come un’autentica rottura: Miguel ritrova il suo posto in famiglia, ma questa si rivela tale non quando vieta, ma quando comprende piuttosto la molteplicità dei punti di vista di cui è fatto il mondo – che poi, nell’economia del racconto, sono naturalmente tutti i mondi, ovvero quello dei vivi e l’Aldilà.

Autore: Davide Di Giorgio
Pubblicato il 16/01/2018

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