Chiamami col tuo nome

VISIONI Autore: Attilio Palmieri      Pubblicato il: 26/01/2018

La struggente educazione sentimentale filmata da Luca Guadagnino, il racconto d’amore tra due uomini evocato da un’inarrivabile sensibilità.


Call Me By Your Name

Italia, Francia, USA, Brasile 2017

Regia: Luca Guadagnino

Cast: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel

Durata: 132 minuti

«Oh, to see without my eyes
The first time that you kissed me
Boundless by the time I cried
I built your walls around me
»
Mistery of Love, Sufjan Stevens

Il desiderio di fondersi con un’altra persona in maniera così profonda da riuscire a vedere con i suoi occhi, da poter fare del suo corpo una barriera invalicabile, un rifugio, una casa. Il connubio tra la poesia in musica di Sufjan Stevens e le immagini in movimento di Luca Guadagnino è sicuramente una delle miscele artistiche più interessanti degli ultimi anni (ancora più malinconica di quella tra Aziz Ansari e Lucio Battisti vista nella seconda stagione di Master of None) nonché uno dei segreti del successo e dell’intensità di Chiamami col tuo nome.
L’ultimo film dell’autore siciliano è una magnetica riflessione sull’amore per la bellezza, sulla forza dei sentimenti che prendono le mosse sia dalla carnalità delle sensazioni più viscerali sia dallo stimolo sofisticato della cultura; emozioni partorite in un mondo in cui letteratura, storia e arte si fanno elementi essenziali del paesaggio in cui ambientare i propri sogni ideali, terreno comune sul quale far fiorire un amore unico.

Luca Guadagnino è un autore dalla storia molto particolare, sia dal punto di vista strettamente biografico che da quello della formazione personale. Un regista internazionale e cinefilo, la cui apertura all’esterno dei confini italiani trova radici in un’infanzia passata in parte in Etiopia, e la cui passione sfrenata per il cinema trova sfogo attraverso i suoi studi, che terminano con una tesi sul cinema di Jonathan Demme.
Nella prima parte della sua carriera come regista, ancora molto giovane, si dedica al documentario, per poi ottenere il primo successo commerciale con Melissa P., film su commissione che gli ha dato la possibilità di esprimere al meglio la propria poetica con il successivo Io sono l’amore. Quest’ultimo, che fonde l’amore per l’alta borghesia di viscontiana memoria al racconto formalmente eversivo della solitudine del soggetto, è un vero e proprio manifesto dello sguardo di Guadagnino. Con il successivo A Bigger Splash le cose non funzionano altrettanto bene, per quanto si evidenzi ancora una maestria non comune nel dirigere gli interpreti, con Tilda Swinton e Ralph Finnes che offrono delle ottime performance. È così che il regista siciliano arriva a Chiamami col tuo nome, suo vero capolavoro, film di una bellezza e di una sensibilità difficilmente descrivibili, esaltato da una selezione musicale perfetta (da Sufjan Stevens a Franco Battiato) e da una scrittura di altissimo livello.

Chiamami col tuo nome è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di André Aciman, sceneggiato per il grande schermo dall’autore inglese James Ivory (che con Maurice ha già dimostrato di saper raccontare con perizia l’amore tra due uomini). La storia è ambientata nell’Italia del 1983, in pieno craxismo, prevalentemente nei dintorni di Crema, in una Lombardia di provincia lontana da Milano. In una lussuosa casa di campagna abita Elio, diciassettenne cresciuto tra cultura e buone maniere, con genitori che gli hanno insegnato l’amore per la conoscenza e la musica. Durante un’estate tranquilla e spensierata la sua vita viene sconvolta dall’arrivo di Oliver, ventiquattrenne dottorando americano del padre (docente universitario), trasferitosi a casa loro per un periodo di ricerca. Tra i due nascerà un rapporto intenso, fatto di seduzione, attrazione e amore.

La domanda principale alla base del lavoro di Guadagnino è stata: come rappresentare il desiderio? Le risposte del regista sono state tante e sfaccettate, ma tutte orientate in una direzione precisissima, coerente con un’idea di cinema romantica e struggente ma anche profondamente immersa all’interno di una dimensione ideale.
Chiamami col tuo nome è un sogno senza il sogno, è un racconto sulla nostalgia prima della nostalgia, un’opera che ritrae l’Italia degli anni Ottanta come un mondo ovattato, magico; una Lombardia idilliaca fatta di corpi giovani, ormoni che pullulano, piante in fiore, piscine naturali, centri storici, sport all’aperto, pranzi in giardino, libri pieni di conoscenza, lingue diverse che si mescolano ed emozioni comunicate attraverso la musica.
In questo contesto, in questa dimensione in cui i desideri e i sentimenti determinano lo sguardo sul mondo e quest’ultimo definisce il mondo stesso, l’arrivo di Oliver è per Elio un vero e proprio dono, un’epifania improvvisa in grado di scavare dentro la sua anima, di squarciare la barriera naturale che protegge il suo vero io.

Quella tra Elio e Oliver non è una storia universale, non è una metafora dell’amore estivo o un racconto sul passaggio all’età adulta. Sarebbe estremamente sbagliato, infatti, universalizzare una storia che non lo è e non vuole esserlo neanche per un momento, non certo perché si tratta di una riflessione su questioni accessibili solo a pochi, ma perché interpretarla come una riflessione generale (generica?) sull’amore e sulla scoperta di sé significa svuotarla, privarla del suo contenuto principe, eluderne le caratteristiche principali.
Chiamami col tuo nome è la storia d’amore tra due uomini, il ritratto di un desiderio che non potrebbe in alcun modo essere eterosessuale e questo ne fa un film accuratissimo, raffinato e attento nel mettere in evidenza le specificità dei sentimenti dei due protagonisti. Le modalità con cui avviene il corteggiamento ad esempio mettono in scena alla perfezione l’impossibilità di uscire allo scoperto, e quindi anche la componente erotica che questo tipo di segretezza comporta. A questo proposito, Luca Guadagnino è eccezionale nel porre in evidenza l’erotismo dei corpi dei due interpreti, accarezzando con la macchina da presa la loro pelle e accompagnando i rispettivi e reciproci sguardi. Timothéè Chalamet e Armie Hammer danno ai loro personaggi un’intensità senza precedenti, trasmettendo allo spettatore tutta la potenza di un desiderio che spesso, per forza di cose, è obbligato nascondersi, soppresso, ma che quando ha la possibilità di esplodere lo fa con tutta la vitalità possibile.

Questa storia non sarebbe così potente se non fosse inserita all’interno di un ritratto di famiglia, un contesto in cui i non detti dominano le relazioni personali e in cui quando finalmente la verità emerge attraverso catartici faccia a faccia ha un potere rivelatore e liberatorio.
A questo proposito il dialogo tra Elio e il padre nel finale costituisce una delle sequenze più potenti del film (esaltata da uno straordinario Michael Stuhlbarg). Il genitore sapeva, aveva capito, e con quell’amore altruistico che si può provare solo per un figlio ha fatto di tutto per far sì che Elio non si scontrasse con gli ostacoli di fronte ai quali lui ha ceduto. Le parole vibranti del padre scuotono e al contempo rassicurano nel profondo, comunicano un sentimento di sincera invidia alla quale aggiungono i primi mattoni di una vera e propria educazione sentimentale: non c’è amore senza sofferenza (e viceversa) e scappare da queste emozioni può essere letale, perché più il tempo passa e più la loro intensità diminuisce, fino a rimanere un lontano ricordo a cui potersi solo aggrappare in vano.

Chiamami col tuo nome è un film sui sentimenti e sulla loro complessità, sulla difficoltà a capire le proprie sensazioni e i propri desideri, specie se antitetici rispetto ai modelli proposti (quando non imposti) da una società spesso troppo normativa. Il percorso di Elio è quello di un eroe che guarda con sempre maggiore coraggio dentro il proprio cuore, che scopre il legame tra emozioni e sensazioni attraverso una forma di contatto nuova, inaspettata prima di tutto per lui, ma dalla quale non saprà più staccarsi. Come non citare allora quell’ultima inquadratura, frutto di un’impeccabile messa in quadro, una durata quasi asfissiante e amplificata dall’intensità del volto del protagonista che in quel momento ci sta comunicando, col suo straziante struggimento, di essersi finalmente conosciuto.