Caniba

venezia 2017 Autore: Giulio Casadei      Pubblicato il: 05/09/2017

Sbatti il cannibale in primo piano


Francia, USA, 2017

Regia: Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor

Cast: Issei Sagawa, Jun Sagawa, Satomi Yoko

Durata: 96 minuti

Caniba, ovvero sbatti il cannibale in primo piano. Ispirato dall’incredibile storia di Issei Sagawa – studente universitario giapponese che nel 1981 a Parigi ha ucciso, fatto a pezzi e divorato il cadavere di una sua collega olandese – il nuovo film degli autori di Leviathan è un involontario film-saggio sui limiti della rappresentazione e sulla sfida formale che attende il cinema del reale, specialmente quando si confronta con vicende così spinose. Quale punto di vista adottare? Come porsi rispetto al protagonista? Fin dove è lecito spingersi in senso estetico? Nell’approcciarsi ad una materia tanto incandescente, Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor rispondono con una scelta radicale: privilegio assoluto dell’intervista, sia pure sui generis, filmata attraverso primi e primissimi piani che sfociano in più momenti nella sfocatura. L’intento sembrerebbe quello di negare l’immagine di Sagawa, di farne una figura incorporea o comunque deformata, mostruosa, espressione di un orrore che non può essere in nessun modo addomesticato o “compreso” dalla macchina da presa. Come negli horror del cinema classico, dove la figura del mostro restava il più possibile relegata fuoricampo, rinviando il momento della rivelazione, anche il corpo di Sagawa oscilla costantemente tra visibile e invisibile. Posizione che riflette la sua natura eccessiva, irrazionale, “subumana”.

Il continuo rimpallo tra prossimità quasi epidermica e apparente “rifiuto” della rappresentazione potrebbe essere scambiato per pudore, come se i due autori avessero voluto a tutti i costi sottrarre il film da qualsiasi tentazione voyeuristica, concentrandosi invece sulle sensazioni che questo vero e proprio corpo a corpo con la banalità dell’orrore esprimerebbe. Tant’è che il film non spiega né documenta nulla, non vuole in nessun modo proporre un’indagine psicologica che possa chiarire le ragioni, le origini di pulsioni tanto estreme. Le uniche informazioni che riceviamo sono poste in testa al film con alcuni cartelli che riassumono il fatto di cronaca, la sua breve storia processuale ed infine la biografia dell’uomo.

Eppure il problema ci sembra proprio questa estetizzazione estrema, come se del fatto di cronaca interessasse solo il suo potenziale spettacolare. Potenziale che la messa in scena esalta anziché tenere sotto controllo. Solo gli spettatori più ingenui possono davvero parlare di pudore davanti ai close-up claustrofobici del film che, al contrario, esprimono un’idea di cinema estremamente autoritaria, “violenta” e pornografica. Il paradosso del film sta tutto in questo eccesso di visibilità sfocata. Dunque ipocrita, perché ci si nasconde dietro le sfocature e gli effetti vedo-non vedo quando in realtà sono il riflesso di un\'attenzione quasi morbosa. Mentre da un lato si nega la figura intera, la visione chiara, dall’altro si adotta un punto di vista esclusivo e ravvicinato che in realtà amplifica l’effetto sgradevole, il disgusto. Sempre a proposito di ipocrisia bisognerebbe aggiungere due parole sul rapporto altalenante che gli autori istituiscono con il fuori campo: mentre da un lato vengono omesse le immagini di repertorio legate all’omicidio (invece raccontato minuziosamente nel fumetto che lo stesso Sagawa realizzò in Giappone e che ci viene mostrato per diversi minuti), dall’altro siamo costretti a sorbirci alcune sequenze pornografiche interpretate da Sagawa e soprattutto numerosi dettagli del fratello dell’uomo intento ad infliggersi ferite di ogni tipo sul braccio. Momenti, quest’ultimi, palesemente "messi in scena" in favore di camera, a riprova dell’enorme ambiguità di tutta l’operazione. Le sequenze con il fratello dovrebbero in qualche modo fare da controcampo rispetto alle pulsioni di Sagawa, mentre invece rivelano soltanto le intenzioni sensazionalistiche dei due autori, incapaci di fermarsi davanti a niente nella (ri)costruzione del loro documentario dell’orrore. Orrore che in realtà appartiene solamente ad un’idea di cinema immorale che rifiutiamo con forza.