Ballad in Blood

I Sotterranei Autore: Giovanni Belcuore      Pubblicato il: 18/04/2017

Deodato torna al cinema dell’orrore e lo fa in grande stile


Italia 2016

Regia: Ruggero Deodato

Cast: Carlotta Morelli, Gabriele Rossi, Edward Williams, Ernesto Mahieux

Durata: 90 minuti

Ci ha impiegato ventitre anni Ruggero Deodato per tornare alla regia di un lungometraggio. Ventitre anni in cui il regista lucano, più per necessità che per piacere personale, si è spostato sullo sceneggiato televisivo, dirigendo tra gli altri I ragazzi del muretto e Incantesimo 5. Sono stati ventitre anni di sofferenza per il cinema di genere italiano, ventitre anni in cui però Deodato ha saputo mantenere intatto quel suo tocco che aveva incantato registi di tutto il mondo. Ballad in Blood ripresenta nel 2016 una delle principali caratteristiche del cinema di genere italiano: la capacità di saper attingere dai fatti di cronaca quasi in tempo reale. Ballad in Blood è dichiaratamente ispirato all’omicidio di Meredith Kercher avvenuto a Perugia la notte di Halloween del 2007: dopo aver trascorso la notte di Halloween tra sesso, alcool e droga, Lenka, studentessa ceca in Italia in Erasmus, il suo ragazzo Jacopo e il loro amico Duke trovano il corpo senza vita di Elizabeth. Completamente storditi per l’hangover i tre ragazzi provano a ricostruire gli eventi della nottata servendosi dei video presenti sul cellulare della vittima che era solita riprendere stralci della sua vita. Inizia così un viaggio a ritroso che porterà i tre ragazzi a dubitare l’uno dell’altro.

La sceneggiatura di Ballad in Blood, a cui lo stesso Deodato ha contribuito, è stata riscritta e modificata per circa tre anni. È stato un esercizio necessario, ma che ha dato i suoi frutti in quanto il film riesce a inquadrare alla perfezione il lato oscuro dell’Erasmus: la libertà, intesa come assenza di controllo, di cui possono godere le migliaia di giovani che trascorrono mesi lontano dalle proprie città, dalle proprie famiglie. È l’altra faccia di un progetto che si preoccupa di garantire un’esperienza di vita agli studenti universitari, ma che involontariamente li spinge alla ricerca sfrenata dello sballo, del divertimento, del sesso. Deodato ha saputo far suo questo risvolto e lo ha calato alla perfezione all’interno del genere horror, contenitore a lui congeniale. È però un orrore meno crudo quello che il regista ci mostra, un orrore limitato a poche sequenze splatter e mai volto alla pura ricerca dell’effetto shock. Sicuramente diversi stilemi del genere sono presenti; la figura della donna come incarnazione del perverso e di una spiccata sessualità, la festa di Halloween come espediente per l’estrinsecazione di elementi gotici, la violenza bruta. Tutto è presente in Ballad in Blood, ma tutto è messo a servizio di una sceneggiatura solida, vero punto di forza del film e probabilmente frutto di un’esperienza che, a differenza di molti suoi colleghi di oggi, Deodato, dall’alto dei suoi 78 anni, possiede.
Il regista di Cannibal Holocaust si dimostra capace di slegarsi dai propri trascorsi cinematografici e dalla fama di Monsieur Cannibal, senza però rinnegare ciò che è stato e senza tagliare irreversibilmente i ponti con il proprio passato. Il regista che per primo ha introdotto l’uso del found footage all’interno del genere orrorifico si dimostra perfettamente in linea con i tempi e con i nuovi mezzi, ripresentando l’utilizzo di filmati in diversi formati. È una strada all’insegna di una (comunque misurata) continuità che si manifesta soprattutto nell’utilizzo delle musiche originali di Claudio Simonetti, leader dei Goblin e realizzatore delle colonne sonore per diversi film di Dario Argento, e in particolare per il riciclo del brano Sweetly di Riz Ortolani, canzone dei titoli di testa di La casa sperduta nel parco, pellicola di Deodato che, come Ballad in Blood, era legata a fatti di cronaca purtroppo reali (in particolare il massacro del Circeo). C’è insomma tutta la consapevolezza di un regista che sa mischiare abilmente passato e presente e trovare lo spazio per divertirsi ritagliandosi un cameo e dedicandolo in maniera piuttosto esplicita al suo amico e ammiratore Eli Roth, regista americano da anni impegnato in un percorso di riscoperta e rivisitazione di ciò che è stato il cinema di genere italiano.