Atlanta - Seconda stagione

Videodrome Autore: Eugenia Fattori      Pubblicato il: 04/06/2018

Con la seconda stagione la serie di Donald Glover conferma tutta la sua importanza e innovazione, meritandosi un posto nella storia della serialità di questo decennio.


In molti hanno conosciuto Donald Glover grazie a Community, comedy di rara intelligenza creata da Dan Harmon in cui il giovane talento afroamericano interpretava Troy; il personaggio in coppia con Abed ha dato vita ad alcuni dei momenti comici più intelligenti della serie, andata in onda dal 2009 al 2014. Due anni dopo la chiusura dello show, nella seconda parte del 2016, Glover ha creato Atlanta, un prodotto in cui la sua fertilissima creatività si esprime alla perfezione, immediatamente salutata dalla critica americana come un evento groundbreaking.

Atlanta racconta la vita e le storie dei suoi protagonisti attraverso un punto di vista autenticamente black, con una visione del mondo priva di tutta la retorica legata alla schiavitù e alla discriminazione razziale, ma carica di una pulsione civile e culturale che la porta a descrivere il mondo attraverso un filtro spesso messo a margine, quando non completamente eclissato.
La prima stagione ha introdotto i quattro protagonisti, mettendo al centro della scena la coppia composta da Vanessa e Earn (Zazie Beets e lo stesso Glover), affiancati da un duo di straordinari comprimari (ma in realtà co-protagonisti a tutti gli effetti) interpretati da Brian Tyree Henry e Lakeith Stanfield. Questo quadro narrativo lineare è però solo una struttura di base della serie, che si distingue dai modelli tradizionali di racconto anche per la sua capacità di creare ripetuti squarci nella narrazione, momenti spiccatamente riflessivi e a volte decisamente antinarrativi (come nel caso di “B.A.N.”, settimo episodio e vertice creativo della prima stagione).

La maggiore flessibilità della televisione contemporanea in materia di formati narrativi e di attributi di tipo estetico-stilistico è determinata anche da una minore rigidità dal punto di vista della produzione, che sempre più spesso non è più costretta a seguire calendarizzazioni rigide e può conoscere tempistiche maggiormente malleabili. Atlanta è un caso emblematico, in quanto immediatamente dopo la fine della prima stagione è stato reso noto che la seconda sarebbe arrivata dopo una pausa di due anni. A giudicare dall’esito ultimo si può tranquillamente affermare che tale libertà – almeno in questo caso – rappresenta sicuramente un vantaggio dal punto di vista creativo, soprattutto perché la seconda annata della serie si è dimostrata, incredibilmente, ancora più potente e sperimentale della prima.
Quest’anno Glover ha lavorato con maggiore consapevolezza, attingendo a piene mani dal talento dei suoi collaboratori, in particolare il fratello Stephen e il regista Hiro Murai, configurando sempre di più Atlanta come un oggetto innovativo e in continuo mutamento, dotato di una trama orizzontale tutt’altro che banale ma anche della capacità di attribuire agli episodi un’indipendenza abbastanza inedita nel panorama televisivo. Il risultato è una serie che in questo modo riesce a raccontare di volta in volta questioni molto specifiche e al contempo inserirle all’interno di un discorso organico. L’autorialità di Glover nel corso di questa seconda annata emerge anche attraverso la decentralizzazione del suo personaggio, il quale lascia spazio ad episodi in cui i protagonisti assoluti sono Paper Boi, Darius o Vanessa; un modo per dedicare tutto se stesso alla parte creativa, dando anche il massimo riconoscimento agli altri eccellenti interpreti della serie.

Una delle principali caratteristiche di questo show, tra i suoi maggiori punti di forza soprattutto in questa seconda stagione, consiste nel perfetto bilanciamento di registri dalle tonalità molto diverse tra loro: in questo modo la serie è capace di affrontare questioni di grande complessità sia con toni cupi e malinconici da black drama, sia con uno stile da commedia esuberante e dal ritmo indiavolato.
Un esempio della prima tipologia è il quarto episodio, in cui viene offerto uno spaccato della travagliata situazione sentimentale del protagonista, di cui si vanno a mettere a fuoco (esplorando, pur senza nominarli, tutti i temi più importanti legati alla black toxic masculinity e come questa influenza le relazioni di coppia) tutte le responsabilità nei confronti della compagna, così come le drammatiche conseguenze di un rapporto sbilanciato sia personalmente che culturalmente in favore di Earn, con Vanessa quasi sempre costretta a fare buon viso a cattivo gioco.
Al capo opposto della parabola stilistica c’è “Barbershop”, una sorta di commedia degli equivoci che attraverso una scrittura comica di altissimo livello riesce a far esplodere sullo schermo tutta la frustrazione lavorativa ed emotiva legata alla carriera di rapper di Paper Boi e al contempo far passare agli spettatori venti minuti di puro divertimento, in cui emergono sia il contrasto sia le similitudini tra l’ambiente del ghetto afroamericano e la vita di un rapper in ascesa.
Tra le tante cose che racconta Atlanta rispetto alla comunità afroamericana c’è infatti, in primissimo piano, il ruolo ambivalente della comunità e della famiglia: da un lato istituzione quasi tribale, che protegge dal mondo e all’interno della quale si riesce a trovare comprensione e fratellanza, ma dall’altro anche ingombrante cordone ombelicale che impedisce, spesso, l’evoluzione del singolo individuo e la sua reale emancipazione.
Una situazione sintetizzata perfettamente dall’espressione «you can take the man out of the ghetto, but you can never take the ghetto out of the man», in cui si sintetizza il ruolo del quartiere come rifugio e prigione per gli afroamericani, sempre pronto a salvarli e a proteggerli ma a ricordare loro da dove provengono, irrompendo nel mondo “di fuori” con le proprie regole: come una pistola d’oro che salta fuori da uno zaino ai controlli dell’aeroporto, pistola di Čechov del season finale e promemoria di come sia difficile liberarsi di secoli di marginalizzazione, esclusione, violenza, quando è la tua stessa famiglia a caricarne il peso su di te.

La seconda stagione di Atlanta è riuscita a fare ciò che nessuno si aspettava, ovvero superare il livello della prima in termini di qualità di scrittura e di consapevolezza narrativa, offrendo una serie di momenti che sarà davvero difficile dimenticare. “Teddy Perkins”, extended episode di circa trentacinque minuti posizionato a metà stagione, è un esempio del livello altissimo che la serie riesce a raggiungere all’interno di un singolo episodio: un gioiello di scrittura e messa in scena che ha giustamente monopolizzato l’attenzione della critica americana nei giorni successivi alla messa in onda.
In pochi minuti Glover ha realizzato un’opera complessa e stratificata capace di tornare sulle questioni affrontate con perizia da Get Out di Jordan Peele (citato esplicitamente) ma virandole verso un’analisi forse ancora più approfondita del razzismo negli Stati Uniti, della solitudine di un intero popolo, della componente seduttiva della cultura bianca per gli afro-americani e delle conseguenze di coloro che scelgono di abbracciare uno stile di vita estraneo alla black culture americana. In questo episodio Glover unisce la riflessione su una piccola storia familiare a una molto più ampia sul rapporto tra gli afro-americani e la loro espressione musicale contemporanea più rappresentativa: il rap. L’autore fa tutto ciò percorrendo le regole del cinema di genere e in particolare facendo riferimento al thriller-horror a basso budget, realizzando così atmosfere ansiogene che si adattano alla perfezione con la storia raccontata.

Non si sa ancora se Altanta continuerà dopo questa meravigliosa seconda stagione, soprattutto visti gli impegni di Glover, divenuto in brevissimo tempo una vera star tra cinema, televisione e musica (con lo pseudonimo di Childish Gambino). Indipendentemente dalla sua durata, la serie rimarrebbe comunque nella storia televisiva di questo decennio, per la sua capacità di avviare un discorso artistico, sociale, estetico di altissimo livello sulla cultura afroamericana all’interno di un ciclo di soli 21 episodi dalla durata breve e dall’impostazione innovativa. Che a partire da un punto di vista interno riesce ad essere contemporaneamente un atto d’amore verso gli african-americans, una critica feroce della ghetto culture e un esperimento di televisione perfettamente riuscito.