Armando e la politica

Molto spesso si tende a sorvolare sul percorso politico che portò a Berlusconi. Non tanto l’uomo Berlusconi, quanto la sua provenienza ideologica che ha coinciso con una deriva socialista in Italia unica al mondo. Il nostro Paese fino ai primissimi anni ’80 poteva contare su una discendenza riformista di altissimo spessore, dai nomi più noti a quelli meno appariscenti, da Filippo Turati a Pietro Nenni, passando per Sandro Pertini e Giacomo Brodolini. Sul solco del miglior socialismo, gli anni ’70 e ’80 craxiani furono un importante spartiacque che certificarono un prima e un dopo: un progressismo di Sinistra e un socialismo che approderà alla Destra. La storia è piena di piccoli e grandi nomi che ancora oggi ricordano come Craxi fu sin da subito collocabile in una marcia conservatrice di un riformismo che aveva perso la bussola. Proprio negli anni in cui Craxi divenne Segretario del Partito Socialista si registrò infatti una grande emorragia fra i socialisti della prima ora, tamponata solo da nuovi elettori che vedevano nelle traiettorie politiche craxiane la possibilità di un nuovo miracolo italiano sull’onda del neocapitalismo di quegli anni. A questo importante bivio se ne aggiunse presto un secondo, coincidente con Mani Pulite, la fine della Prima Repubblica e la conseguente ridisegnazione del quadro politico nazionale, nel quale il socialismo craxiano passò il testimone al berlusconismo di Forza Italia, ora definitivamente e oggettivamente a Destra.

Quello che è uno fra i più importanti rimpasti politici della storia italiana – assieme allo sparpagliamento parlamentare e dell’elettorato DC – non è stato certo cosa facile per la base popolare. Se si escludono i politologi, gli ideologi, gli intellettuali e chi di politica ne ha sempre masticato, il resto dell’elettorato del PSI poco ha compreso di quanto stava accadendo e molti ci sono riusciti solo dopo tempo. Il caos, per un (ex)elettore del PSI degli anni ’80 e ’90 era piuttosto ingente e le scelte politiche sono state influenzate (alterate?) da questa nebbia troppo fitta.

Su tutto questo ragiona Armando e la politica, interessante opera di Chiara Malta passata al 26esimo Torino Film Festival nel 2008 e l’estate passata protagonista della retrospettiva organizzata dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro sul documentario italiano. Armando è il padre della regista, un uomo cresciuto sulle orme di Pertini poi trovatosi a votare Craxi e infine (pare) Berlusconi. Sì, perché oggi Armando non vuole parlare della sua vita politica fra il 1994 e il 2000 e se lo fa si riferisce ad essa confermando un’ortodossia progressista che non convince la figlia. Chiara ricorda – ma era troppo piccola e ora vuole investigare meglio – una adesione del padre a Forza Italia, forse addirittura ad Alleanza Nazionale. Questa stranezza per un socialista e antifascista convinto come Armando è troppo bizzarra per non smuovere l’interesse analitico della regista. Quindi il compito è chiaro ma non semplice: vincere le riluttanze di Armando e capire se veramente per sei anni ha votato a Destra e perché.

Chiara Malta filma un documentario a metà strada fra l’indagine sociale, l’intimismo familiare e il giallo, dove il percorso politico di Armando è analizzato da lei e da tutte le persone che hanno condiviso con l’uomo tanti anni di militanza politica. Il documentario ha il pregio di indagare quella che è stata la trasformazione socialista più importante degli ultimi trent’anni italiani e internazionali, prendendosi i meriti propri di chi investiga in campi che si vogliono ancora tenere silenziosi a causa di un certo socialismo improbabile ancora propagandato dalla classe politica odierna (dallo stesso Berlusconi a Brunetta e tanti altri ancora). Ma nel farlo pecca di intimismo e non centra l’obiettivo più nobile di una simile opera. Infatti il migliore (auto)biografismo documentario contemporaneo e nazionale è connotato dall’abilità autoriale di intercettare piccole storie che al contempo ne raccontino una molto più grande e condivisa. Armando e la politica avrebbe queste credenziali, ma dopo poco Chiara Malta perde l’orientamento trasformando la sua opera in un film troppo familiare dove il padre è assoluto mattatore anche nelle sue pieghe meno importanti. Così precedendo l’opera perde di mordente, di universalità e di interesse, inficiando il documentario che deve essere valutato come riuscito, ma solo a metà. Un’occasione persa ma un nuovo campo di indagine mostrato e ora tutto da scandagliare.

Autore: Emanuele Protano
Pubblicato il 22/08/2014

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