Ana Arabia

VISIONI Autore: Davide Eustachio Stanzione      Pubblicato il: 18/08/2014


Israele, Francia, 2013

Regia: Amos Gitai

Cast: Yuvai Scharf, Yussuf Abu Warda, Sarah Adler, Assi Leby, Uri Gavriel

Durata: 84 minuti

E’ davvero non poco doloroso vedere un regista che più di ogni altro ha fatto la storia del cinema israeliano come Amos Gitai arenarsi in una tale e un po’ inspiegabile stasi creativa. Già i suoi due film presentati lo scorso anno a Venezia lasciavano presagire un palese infiacchimento della vena migliore dell’autore di Free Zone, in particolar modo l’esangue e impenetrabile Lullaby to my Father, ma l’opera che Gitai porta in concorso quest’anno va perfino oltre e riesce a fare addirittura peggio. Girato in un unico piano sequenza in formato 1: 25, Ana Arabia è un film paradossalmente imbalsamato, incapace di sfruttare la sua coraggiosa scelta formale a dovere. Un contrito e vuoto sforzo di regia che si libra in aria ma non vola alto, che si prefigge solo teoricamente di sondare in profondità il contrasto dicotomico tra la cultura araba e quella ebrea qui riunite sotto lo stesso tetto che in realtà corrisponde a un cielo aperto, al quale la macchina da presa approderà, catarticamente, solo nel finale. Due mondi drammaticamente scissi che nel film trovano una convivenza impossibile dentro alla stessa struttura periferica, un villaggio dimenticato da tutti tra Jaffa e Bat Yam, posto sotto un albero di limoni dal quale il film parte per dipanarsi nell’unico flusso continuo in cui è concepito.

Il valore politico del piano sequenza, che dovrebbe compattare o quantomeno costringere alla compresenza nel medesimo spazio le due opposte fazioni, si risolve ben presto in un nulla di fatto. D’altronde non basta partire da un’idea sulla carta molto forte per dare luogo a un film a tutti i costi importante e necessario, specie se poi lo svolgimento del compito prefissato e il motore narrativo da cui si prendono le mosse sono così svogliati e macchinosi. Piuttosto che indagare la profondità complessiva e sfaccettata dell’immagine – tempo (l’unico valore eticamente possibile per una simile scelta registica), il film di Gitai gira in tondo, abbarbicato a un’inutile circolarità che contraddice l’essenza stessa del long-shot, rendendolo sterile passo dopo passo. Un filtro inaridente che pone una distanza incolmabile tra chi osserva e ciò che è osservato, fiaccando così dopo non molto lo sguardo dello spettatore e qualsiasi forma d’empatia.

Anche la visione giornalistica e d’inchiesta che Gitai opziona, operando un trasfert sulla protagonista Yael che per l’appunto è una reporter, risulta blanda e inconsistente. Non c’è problematizzazione e si rimane a ridosso dell’affresco bozzettistico e frettolosamente raccolto: i personaggi che intervengono si raccontano sullo schermo senza incidere nella carne delle questioni e ancorano il film a una galleria umana che non trova sbocchi, appigli e reali motivi d’interesse. Il magnetismo animale della bellissima protagonista Yuval Scharf rimane l’unico motivo di interesse – va da sé puramente contemplativo ed extra-filmico – di un’opera dimenticabile che suggerisce l’idea di una sciatteria insincera, di una messa in scena precipitosa e poco curata che non vuol prendersi il tempo che occorre per oltrepassare l’aspetto cronachistico e aprirsi al cuore vero e sanguinante del passato e del presente di culture disgraziate, all’animo di uomini e donne che qui entrano ed escono dall’inquadratura senza lasciare traccia, fantasmi asserviti a un tripudio dell’emozione che fugge via. L’anonimato totale è aggirato solo in una circostanza: la bella scena in cui tre uomini ironizzano sull’America e sugli uragani che devastano il territorio a stelle strisce, con la gente inghiottita e il mondo che sembra sul punto di esplodere. Tutto ciò a loro avviso non può accadere nella loro terra, perché si tratta della “terra santa”, tutt’altra cosa rispetto a quel paese così lontano che “avrà anche lui i muli e gli asini, ma anche molti più soldi di noi”. L’unica breccia di verità di un film senz’anima, prigioniero di tenaglie e limiti che ne frenano qualsiasi possibilità. Per approdare all’azzurro delle nuvole in fondo in questo caso non c’è bisogno di nessuno strappo del cielo di carta, solo della mano meccanica di un regista poco ispirato che in chiusura veicola meccanicamente il risaputo e prevedibile passaggio. E le marionette che sottostanno a quello stesso cielo, manco a dirlo, sono tenute al guinzaglio da fili fin troppo esili, pronti in qualsiasi momento ad abbandonarle e a lasciarle in balia del proprio destino.