American Gods

Videodrome Autore: Alessandro Gaudiano      Pubblicato il: 27/06/2017

La serie tratta dal romanzo di Neil Gaiman è un viaggio fantasmagorico nelle radici della fede e un'entusiasmante allegoria dell'America contemporanea.


La parabola di Shadow Moon (Ricky Whittle), laconico e disilluso protagonista di American Gods, è quella di uno spettatore che si lascia lentamente sedurre dalla sospensione dell’incredulità. La serie di Bryan Fuller (già creatore di Hannibal) e Michael Green richiede, fin dai primi minuti, una totale accettazione delle regole del gioco. Regole intricate, lontane dal linguaggio della trasparenza hollywoodiana o della narrazione seriale a noi più famigliare. I meno pazienti, irritati o annoiati dalla tracotanza di una prima puntata che rifiuta ogni compromesso, abbandoneranno l’impresa. Tutti gli altri – come, ad esempio, quelli che si sono lasciati esaltare dalle sontuose architetture e i tempi lunghi di Westworld, The OA e Legion – si lasceranno lentamente incantare nel corso di un viaggio sorprendente, geniale e comunque, sempre, memorabile. Accompagnati dall’enigmatico Wednesday (Ian McShane), attraverseranno gli States su una grande automobile americana e si lasceranno conquistare da un mondo narrativo in cui ogni angolo si fa tassello del grande mistero dell’affabulazione.

Shadow, come lo spettatore, si lascerà incantare da un narratore aggressivo e un prestigiatore irresistibile. Wednesday racconta per allusioni ed apologhi, seduce con le sue reticenze e incalza l’interlocutore con frasi a effetto dal sapore tarantiniano. Shadow, reduce della tragica morte della moglie Laura (Emily Browning), non ha più nulla da perdere e accetta di accompagnare Wednesday attraverso l’America e le sue storie. I due incontrano gli dei dell’antichità e le loro mitologie, frammenti di pensiero magico sopravvissuti al progresso e alla ragione: da Chernobog, dio slavo della violenza, a Vulcano, dio del fuoco, passando per (i) Gesù della cristianità. In questa realtà alternativa, la fede non è solo palpabile ma è forza di creazione: gli dei esistono e vengono alla luce perché ci sono degli uomini disposti a vederli e ad adorarli.
L’obiettivo di Wednesday è reclutare un esercito di dei per affrontare le nuove divinità della società dello spettacolo: le forze insidiose del marketing e della comunicazione, incarnate in divinità elettriche come Technical Boy (Bruce Langley), dio delle nuove tecnologie, e Media (Gillian Anderson), divinità dello spettacolo che assume le fattezze di icone pop come Marylin Monroe e lo Ziggy Stardust di David Bowie.

Gli autori di American Gods raccolgono a piene mani dall’immaginario del romanzo di Neil Gaiman, ampliandone i confini ed elaborando un’estetica sovraccarica e sfacciata: gli effetti speciali si fanno manifestazioni della presenza impossibile degli dei e della loro influenza sul mondo. Non è un caso: la fede e lo spettacolo vanno di pari passo e sono due facce della stessa medaglia. Quando Odino evoca il fulmine, diventa quasi indistinguibile da Georges Meliés; il potere di Media e dei Nuovi Dei è, dopotutto, uno star power elevato a forza creatrice dell’universo. Nel decennio dei nuovi populismi, dei culti della Rete e di Donald Trump, il corto circuito tra spettacolo e religione è ancora più efficace e sinistro: dietro alle sontuose immagini, l’allegoria politica è evidente ed efficace [1].

Come raccontare di questo conflitto tra narrazioni e visioni del mondo, se non riflettendo queste stesse forze all’interno della serie? American Gods procede lentamente, si concede deviazioni e serpeggia per le strade d’America. Ogni tappa appare come un piccolo atto teatrale in sé concluso, i cui personaggi, magnetici e sicuri di sé, si competono l’attenzione di un uditorio. Wednesday, Mr. Ibis, Mr. Nancy e tutti gli altri affabulatori di American Gods accumulano colpi di scena e arricchiscono ogni episodio con i particolari più barocchi e la violenza più parossistica. Dalla sua radice di road movie, la serie si apre fino a dispiegare l’intera panoplia della narrazione, dalla parabola al racconto orale, dal melodramma allo splatter. La libertà stilistica si estende ad ogni aspetto dell’intreccio: quale serie si prende il rischio di dedicare un intero episodio (a metà stagione!) a mostrare il punto di vista di un personaggio fino a quel momento del tutto secondario? Fuller e la sua squadra osano questo e altro.

American Gods procede per accumulazione, affastellando le storie dei popoli che hanno creato o popolato gli Stati Uniti: schiavi africani, migranti messicani e altre minoranze etniche e religiose, ognuno con una sua storia e un suo bagaglio di miti. Ad ogni deviazione, la serie coglie l’occasione per arricchire il mosaico con un nuovo tassello e un nuovo gambetto. Ad esempio, mettendo in scena alcune delle scene di sesso più ardite e riuscite degli ultimi anni (tra cui una lunga scena di sesso gay tra due musulmani). Oppure, attraverso la parabola del dio Vulcano (creata appositamente per la serie TV) che rielabora il mito del dio del fuoco attraverso il culto delle armi e della violenza che lo ha fatto prosperare sul territorio americano. Le preghiere di questo culto autodistruttivo sono i boati dei proiettili, i suoi sacrifici sono i morti sul lavoro in fonderia. Il nesso tra fede, ideologia e spettacolo è condensato in pochi, densissimi minuti che rappresentano uno dei picchi della stagione.

Giunti al al memorabile payoff dell’ultima puntata, la posta in gioco si fa palpabile e drammaticamente alta. Una guerra lungamente ventilata è finalmente dichiarata e i fili dell’intreccio trovano un punto di raccordo.
Nell’attesa di valutare i futuri sviluppi della serie, possiamo dire con certezza che American Gods si conquista il titolo di serie televisiva di assoluto rilievo, tesa a spingere i confini del visibile seriale oltre la frontiera – già elastica – di questi esaltanti anni Dieci. Abbandonata la comfort zone e le tipiche strategie di apertura del world building transmediale, American Gods apre la partita con una serie di mosse spiazzanti che sparigliano la scacchiera.
Negli anni della peak tv, la "qualità" non è più sufficiente: per emergere e prosperare è necessario rischiare, stupire e avere una fede assoluta nel potere delle immagini e delle storie. I nuovi dei della serialità richiedono un sacrificio, ma sono disposti a premiare i loro accoliti con la promessa di emozioni e rivelazioni irripetibili.

[1] The Gospel According to Neil Gaiman, http://www.vulture.com/2017/04/neil-gaiman-american-gods-is-frighteningly-relevant.html