Alien - Covenant

VISIONI Autore: Giorgio Sedona      Pubblicato il: 07/05/2017

Architetti, androidi, xenomorfi e bestiari, ovvero l'implosione della tensione


USA 2017

Regia: Ridley Scott

Cast: Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride, Demián Bichir

Durata: 122 minuti

Nostromo, Gateway e Hadleys Hope, Florina "Fury" 161, Auriga, Prometheus e Covenant. Sono questi i nomi degli agglomerati, basi di terra-formazione, colonie penali e navi spaziali nelle quali, fino ad ora, gli xenomorfi - ed il loro franchise - hanno proseguito la loro stirpe. Sono questi i luoghi chiusi dentro i quali le creature si moltiplicano, infettano, si riproducono, covano ed uccidono. Luoghi ristretti dentro a zone racchiuse in gabbie metalliche, tra tubi che s’inseguono nei corridoio di comunicazione, dentro ad infermierie cabine, ponti di comando, stive di terra-formazione, zone illuminate da luci accecanti, acide di neon tra paratie stagne che producono ombre altrettanto dense, inquietanti. L’alien terrorizzata solo con la consapevolezza della sua presenza, con la certezza che presto arriverà, con il terrore nel bip del sonar, una presenza in avvicinamento che si cela nell’oscurità, sopra di noi, sotto di noi, in grado di sostituire l’alto al basso, per uccidere da dietro ad una fessura; alien è il mostro che vediamo il meno possibile, dove basta che l’occhio arrivi a pensare al terrore, senza afferrare la forma della paura, per creare tensione. Alien è la paura dell’invisibile, del germe che infetta ed esplode, che si moltiplica, che corrode con il uso sangue acido. E’ proprio questo tipo di terrore, e tensione, atavico che in Alien – Covenat viene inesorabilmente meno.

Le domande aperte con Prometheus vengono, da Ridley Scott, soddisfatte. Covenant contiene le risposte che tutti si aspettavano, e speravano, dopo aver visto il film del 2012. Un film questo che presentava un nuovo scenario, che disponeva dei tasselli senza lasciar trasparire soluzioni alle domande che esso sollevava. Un’overture, un’opera incompleta, difendibile, inclassificabile ed ingiudicabile. Chi sono gli architetti? Perchè il carico virale di liquido nero era destinato alla terra? Chi ha creato gli xenomorfi? Che forma ha il pianeta degli architetti e che destino hanno dovuto subire? Che fine ha fatto l’equipaggio, David e Shaw, superstite? Domande queste che in Covenant troveranno una risposta. Il film si apre con una lunghissima sequenza dove ci vengono presentati Weyland e David. Una sequenza che riassume le domande del nuovo corso. Chi ci ha creati? E perchè? Se l’uomo ha dato vita a forme di perfezione, all’arte in grado di sopravvivere alla caducità biologica del corpo, riuscendo a superare questo limite con la creazione sintetica dell’uomo nuovo, dell’androide, chi o quale malvagia intelligenza ha dato vita agli xenomorfi? Se volete risposte a queste domande il film ve le consegnerà, lasciando allo spettatore un cliffhanger ad un nuovo episodio, espediente utile per il proseguimento di un franchise film che si prospetta lungo e redditizio.

Covenant, come Prometheus, è un film sulla creazione, sul nuovo adamo, un film sul legame tra padri e figli. Ma non bastano i riferimenti alla genealogia della creazione, alla cosmogonia di riferimento ad un altro padre, H. R. Giger, che in Covenant viene celebrato, oppure l’accenno ad un nuovo bestiario (al neomorfo, o alle nuove mostruosità vermiformi o cefalopodi) a rendere terrorizzante una mostruosità che esiste in quanto manifestazione pura del terrore claustrofobico interstellare. Ridley Scott riesce a caricare la tensione, anche grazie ad una colonna sonora dolciastra che sintetizza in quattro/cinque note una paranoia in ebollizione, e che riesce perfettamente e cronometricamente a far deflagrare alla prima occasione utile. Attraverso una regia ed un montaggio sincopato, avverrà una terrificante nuova nascita dentro ad un’infermieria modulare, un contagio che esplode insieme alla tensione accumulata, dove l’occhio dello spettatore rimane incollato allo schermo, passando da paratia a paratia, da corridoio a corridoio, dalla tensione generata in un luogo aperto all’orrore esercitato in un luogo chiuso, ristretto, che definitivamente deflagra e terrorizza. Peccato che la tensione così ben calibrata si disperde, successivamente, in un film che vuole essere prima di tutto estati visiva, digitale e dimostrata, disinteressandosi totalmente della sua funzione orrorifica e tensiva. Il digitale, ancora una volta, affoga lo sguardo dentro ad un quadro iper-dettagliato e iperrealista che obbliga a vedere di più rispetto a quanto si dovrebbe realmente fare. E se il buio, che cela lo sguardo costringendo l’orrore a confinarsi nella zona illuminata, continua ad esercitare una sua importante capacità tensiva negli spazi aperti - l’attacco dei neomorfi nel campo di grano - tutto si disperde ed implode in un’ipertrofia dello sguardo che distoglie l’attenzione dal vero terrore. Ed è così che l’orrore si esibisce dentro ad una logica dimostrativa di stampo marveliano, disinteressandosi della segmentazione della sua capacità tensiva e scopica. Sarà che lo spazio aperto e i suoi campi lunghi (il pianeta, la città degli architetti, il duello finale esterno sul vettore di trasporto) – almeno per chi scrive – è un contesto totalmente distante dal terrore che alien riesce a suscitare in un luogo chiuso e claustrofobico (le migliori scene sono quelle che si svolgono in dieci metri quadri come la doccia, la stiva di terra-formazione o come il parto cesareo di Prometheus). Ed è proprio in una scena come quella della doccia che riusciamo a capire come Scott abbia perso la capacità di spaventare e di creare suspense. Scena di per sè, in fase di scrittura, perfetta, inquietante, claustrofobica, che vive di un orrore in grado di recuperare gli anni luce che separano la Covenant dalla nostra realtà terrestre, realizzata in un luogo a noi famigliare, domestico, durante un rapporto amoroso, ma che non riesce, registicamente, ad esercitare quella suspense che dovrebbe contenere. I tempi della narrazione che intercorrono tra ciò che lo spettatore conosce ancor prima dei personaggi sono totalmente fuori asse. In una scena simile, presa alla stregua di un’equazione matematica, abbiamo tutti i fattori necessari per renderla memorabile, ma ciò che manca è la giusta misura dei suoi operatori matematici, i tempi della suspense, e con essi, il risultato finale.

Dopo Prometheus è Covenant, un film costruito sulla stessa meccanica del precedente, e per quanto un franchise film debba essere riconoscibile per il fan, sia a Singapore come in Louisiana, replicabile come un panino di McDonald, quello che ne viene fuori è un risultato già visto, nella saga di Alien e nel cinema hollywoodiano; un prodotto quindi godibile, ben realizzato, con delle scene gore forti, che dà delle risposte a delle domande lasciate aperte, ma che ha perduto il suo fattore primario: la sua implicita capacità di terrorizzare, rendendolo, come il suo protagonista, un prodotto più sintetico che biochimico.