Alcolista

VISIONI Autore: Mattia De Pascali      Pubblicato il: 14/05/2017

Un uomo non è in grado di uccidere il proprio vicino ma per fortuna trova la donna che può aiutarlo


Italia 2015

Regia: Lucas Pavetto

Cast: Bret Roberts, Gabriella Wright, Bill Moseley, John Robinson

Durata: 107 minuti

"Può accadere che una casa sia il personaggio principale di una storia ma questa volta si tratta di due case separate da una strada di paese"
La signora della porta accanto, François Truffaut

La preferenza tra forma e contenuto è individuale. Una dicotomia rintracciabile in diversi aspetti della vita quotidiana, si pensi solo alla scelta del partner, e a maggior ragione evidenziabile nei gusti cinematografici, essendo il film sia arte che narrazione. Sorvolando sul gradimento spesso inconsapevole del pubblico, sono gli stessi registi a dichiararsi talvolta poco interessati alla trama, scettici sul potenziale del messaggio o totalmente votati all’incomunicabilità. L’esteta sa farsi apprezzare per i virtuosismi tecnici e la raffinata ricerca della bellezza senza necessariamente esprimere un concetto. La linea di demarcazione con la fazione opposta, ovvero chi antepone il pensiero al modo di esporlo, non è mai realmente così netta. Premesso ciò, Lucas Pavetto è un autore sicuramente abile nel confezionare i propri lavori. Se lo si contestualizza nel panorama del cinema indipendente italiano, balza subito all’occhio lo scarto qualitativo tra un film di Pavetto e quelli di tanti colleghi, al punto da illudere molti siti che Alcolista sia una produzione statunitense nonostante il logo della Dea Film, società con sede a Roma. Dal punto di vista contenutistico i soli titoli provano l’interesse di Pavetto per tematiche sociali attuali. Se The Perfect Husband trattava la violenza domestica, il nuovo lungometraggio ruota intorno alle dipendenze e agli incidenti stradali.

Daniel è un alcolizzato con un unico scopo nella vita, vendicarsi dell’uomo che ha causato le morti di sua moglie e sua figlia. Nel continuo perturbamento mentale in cui si trova, sparare al colpevole non risulta tuttavia così semplice. La situazione sembra destinata a sbloccarsi quando Daniel comincia a essere placcato da Claire, un’assistente sociale alla ricerca maniacale di un paziente da reintegrare nella comunità. Gli elementi in gioco sono allettanti e le aspettative sul film alte. Anche la fattura, come anticipato, promette bene: il cast si avvale di volti noti a livello internazionale e i vari reparti, dalla fotografia alla musica, dalla scenografia ai costumi, lavorano al meglio. Il punto debole che fa vacillare l’intera struttura si trova alla base, nella sceneggiatura dello stesso Pavetto e di Massimo Vavassori. Esattamente come nel precedente lungometraggio, la carne al fuoco è tanta, spesso inutile, fuorviante, illogica. A farne le spese sono le psicologie dei personaggi che risultano sovente incoerenti e la trama che si muove a zig-zag come fosse scritta a braccio, saltando l’aritmetico lavoro sulla scaletta. Non giova nemmeno l’estrema drammatizzazione della vicenda, dove ogni individuo, anche il più secondario, appare ipersofferente. Ma l’aspetto più irritante per lo spettatore restano i falsi indizi o la totale assenza ove necessari. Il colpo di scena momentaneo risulta sterile sulla lunga durata e fa perdere di credibilità all’intero racconto. Quello finale poi appare totalmente ingiustificato, sia perché avulso dal resto della narrazione sia perché di fatto non sconvolge nulla.

Esistono tuttavia un pubblico e una critica in grado di apprezzare Alcolista per la sua componente estetica e di avere una sospensione dell’incredulità tale da non domandarsi cosa sia il rumore sentito da Claire e fino a quel momento descritto come un’allucinazione di Daniel o perché quest’ultimo pianga per tutta la durata di una telefonata e cambi repentinamente d’umore una volta conclusa, lasciando intuire una macchinazione che di fatto non sussiste. A suddetta tipologia di spettatore difficilmente interessa cosa abbia da dire Pavetto con Alcolista, al di là del fatto evidente che l’etilismo sia proprio un brutto affare. La restante parte del pubblicò invece concluderà la visione con le idee un po’ confuse su questa storia di odio tra vicini e terapeuti psicopatici.