A proposito di Davis

VISIONI Autore: Attilio Palmieri      Pubblicato il: 16/08/2014


Inside Llewyn Davis

USA, Francia 2013

Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, F. Murray Abraham, Garrett Hedlund

Durata: 105 minuti

Llewyn Davis è uno squattrinato folk singer di New York alle prese con la carriera da solista dopo essere stato abbandonato dal suo partner. La sua vita è totalmente disastrata, a partire dalle relazioni, tutte precarie e burrascose, figlie di un carattere burbero e di un atteggiamento spesso irrispettoso del prossimo. Come se non bastasse, la sua esistenza sembra afflitta da una sfortuna onnipresente. Dopo il deludente Il Grinta, i fratelli Coen dedicano un intero film al loro amore per la musica tradizionale americana, delineando un protagonista dalla personalità sfaccettata e dalla gentile sensibilità artistica, perno centrale di un’opera che è prima di tutto un vero e proprio atto d’amore vero il loro personaggio principale e per sineddoche nei confronti del cinema tout court. A proposito di Davis è un film molto intimo, piccolo, figlio della voglia di comunicare un sentimento privato (l’amore per la musica) nella maniera più delicata possibile, rimanendo lontani dai toni cupi – e in certi casi minacciosi – dei loro capolavori e preferendo a questi un registro leggero e ironico, ma tutt’altro che superficiale. La prima parte del film, quella più riuscita, spicca per la capacità di piegare la ricostruzione del contesto musicale del Greenwich Village della fine degli anni Cinquanta alla propria poetica cinematografica, fatta di una caustica ironia affiancata alla messa in scena di figure grottesche vittime di un destino ineluttabile e dai lineamenti sempre bizzarri, estremamente rappresentativi del contesto che incarnano. La seconda parte del film, quella che tenta di tirare le fila del racconto, viaggia sui binari di una maggiore malinconia, presentando il protagonista al centro di un percorso fatto di diversi incontri altamente simbolici (ancora un esilarante John Goodman), tappe di un viaggio illusorio. Da questo punto di vista non è sicuramente il film più originale dei due autori che già altre (troppe?) volte hanno impostato i loro film su questo modello narrativo, tanto da renderlo, nel caso di A proposito di Davis, piuttosto standardizzato.

La più grande qualità di questo lavoro risiede senza dubbio nel suo protagonista, Llewyn Davis, ispirato al cantautore americano Dave Van Ronk (il titolo originale del film riprende l’album Inside Dave Van Ronk), insieme a Dylan, di cui era grande amico, anima capostipite della scena folk newyorkese dei primi anni Sessanta. Nel finale si vede anche il cantante di Visions of Johanna dare il cambio a Llewyn Davis. Lasciando da parte le strizzate d’occhio agli amanti della musica e del cinema dei due autori, non c’è dubbio che Davis emerga come una figura altamente carismatica, grazie alla precisa caratterizzazione che ne fa emergere tutti i lati maggiormente conflittuali, dal rapporto con la musica a quello col successo, da quello con le donne fino a un più complessivo sentimento di solitudine che lo porta, forzatamente, ad avere con un gatto la relazione più compiuta, quantunque finisca quella nel peggiore dei modi. É tuttavia errato l’apparentamento che molti hanno fatto con A Serious Man: sebbene possa apparire simile il processo di costruzione narrativa a partire da un personaggio fondamentalmente incompreso, il film del 2009 possedeva un respiro molto più ampio, che dall’intimo di una storia privata, domestica, si spingeva a toccare riflessioni di natura universale, ragionando sui principi fondativi della cultura ebraica, sull’alienazione più estrema, sul rapporto tra politica, religione e crescita individuale e infine sull’apocalisse come unica, inaspettata soluzione finale. A proposito di Davis è molto lontano da certe altezze di pensiero, raccontando una storia più circoscritta, per certi versi molto simile ad Accordi e disaccordi di Woody Allen – anche quello basato su un musicista inventato ma rappresentativo di un mondo e di una passione –, con meno brillantezza e con l’inconfondibile marchio di fabbrica degli autori di Fargo.