A Beautiful Day - You Were Never Really Here

VISIONI Autore: Andreina Di Sanzo      Pubblicato il: 30/05/2018

Lynne Ramsay è al suo film più frammentato, irrequieto, vorticoso e libero, una ballata visionaria che più che raccontarci una storia ci invita alla tempesta.


You Were Never Really Here

USA, Francia 2017

Regia: Lynne Ramsay

Cast: Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman

Durata: 95 minuti

I’m trying to find my way home
Era il 1991 e dal Kentucky arrivava un fulmine. Spiderland. Secondo e ultimo album degli Slint. La musica, certa sicuramente, non sarebbe più stata la stessa dopo le urla di Brian McMahan nel finale di Good Morning, Captain. Un «I miss you» mai così doloroso.
Dopo aver visto A Beautiful Day - You Were Never Really Here di Lynne Ramsay, il barbuto Joaquin Phoenix mi ha fatto pensare al marinaio degli Slint, a loro volta ispirati da quello di Samuel Taylor Coleridge ne La ballata del vecchio marinaio, vetta della letteratura romantica. E di colpe si parla, reali o immaginate, nei versi del poeta inglese, nelle distorsioni della band americana e nel film di Ramsey. You were never really here è il titolo originale. Non sei mai stato qui. Ma dove? In quella casa che Joe (Phoenix) ricerca e condivide con la madre malata. In quella casa di abusi e violenze? In quella casa che ha generato la colpa dove però ancora si scherza su un film di Hitchcock, Psyco. La regista ovviamente si burla di noi.

Il protagonista è un ex marine e agente FBI; ora uccide su commissione e viene incaricato di trovare la figlia di un importante politico finita in un giro di prostituzione.
Non c’è l’arida frontiera del Texas. Paris. Né la nera ironia del Marlowe di Altman. Ma si cercano donne e fantasmi, oggetti perduti, spettri che possano redimere.
Lynne Ramsay firma il suo Sentieri selvaggi e così il suo Taxi Driver e il suo Hardcore, ça vas sans dire. Ancora una volta però il tormento della colpa affligge il protagonista. La colpa reale di Ratcatcher, quella di un bambino che uccide per caso un suo coetaneo e quella presunta di di una madre che non ha mai amato suo figlio in ...e ora parliamo di Kevin si mescolano nelle notti della metropoli che Joe colpisce a feroci martellate. I suoi flashback e flashforward suggeriscono solo frammenti di realtà (?): di un’infanzia infelice, forse di un omicidio e di un possibile suicidio.
Lynne Ramsay è al suo film più frammentato, irrequieto, vorticoso e libero, la narrazione non coincide necessariamente con il reale, abbiamo piuttosto a che fare con degli stimoli, delle apparizioni, delle visioni, di Joe, della sua mente oppressa o chissà di chi altro. Come il marinaio di Coleridge, Joe intraprende il suo viaggio, i mostri appaiono e scompaiono senza nessi al servizio di un movimento causa/effetto, il nostro eroe romantico è assalito e tormentato dai suoi fantasmi, gioca a scacchi con la morte ma esplode nella sequenza di violenta bellezza, di sangue e di redenzione. Joe porta in spalla la sua salvezza, una pietà inversa e contemporanea, tenera e commovente, una figura angelicata, figlia mai nata e donna mai avuta. Ma se il ritmo e l’estetica sono frenetici e schizofrenici, Lynne Ramsay mira a sottrarre nell’interpretazione di un Joaquin Phoenix cupo e silenzioso, più bruto e sofferente del driver di Refn. A Beautiful Day è una ballata visionaria che più che raccontarci una storia ci invita alla tempesta, ci fa naufragare nelle allucinazioni del nostro barbuto Capitano che in un diner sogna il suo sgargiante suicidio ma forse, ora più triste e più saggio, vuole solo tornare . Ma dove?