2 Girls

I Sotterranei Autore: Arianna Pagliara      Pubblicato il: 09/10/2017

Due storie parallele raccontante in prima persona in un film-intervista che si fa prezioso spazio di ascolto e riflessione


Italia 2016

Regia: Marco Speroni

Durata: 52 minuti

Due giovani donne (Lota e Tigist), due nazioni (il Bangladesh e l’Etiopia), due storie parallele che raccontano una quotidianità difficile e dura fino all’intollerabile assieme all’ostinazione, alla perseveranza e al coraggio delle protagoniste. Entrambe hanno alle spalle un percorso pressoché obbligato di migrazione interna, dalla zone periferiche dei rispettivi paesi verso le caotiche e invivibili capitali, Dacca e Addis Ababa, che attirano giovani e meno giovani nella speranza, non sempre fondata, di ottenere un lavoro per vivere. Le ragazze condividono un passato problematico, fatto di miseria se non di abusi, e purtroppo non hanno di fronte nessuna prospettiva concreta di reale cambiamento. Lota lavora in una fabbrica di vestiti, tredici ore al giorno per poco più di sei dollari, le resta poco tempo per mangiare e dormire. La sua speranza è quella di accumulare abbastanza denaro per comprare alla madre un piccolo pezzo di terra da coltivare, e si augura di poterlo fare entro una decina di anni. Mentre racconta tutto questo la macchina da presa le sta incollata al volto, un volto che viene costantemente osservato e scomposto in primissimi piani e dettagli, dal quale mai, neppure per un attimo, traspare un moto di rabbia, un’ombra di sgomento, un velo di risentimento per un mondo che fino a questo momento da lei ha preteso tutto senza offrire in cambio nulla. La storia di Tigist tuttavia è perfino peggiore: la perdita dei genitori, i maltrattamenti indicibili a casa della zia che avrebbe dovuto prendersi cura di lei, la fuga disperata, la vita in strada, poi la violenza fino a un presente pesante come piombo, in cui la prostituzione è in pratica una scelta inevitabile. Nonostante tutto, la ragazza non si è data per vinta, e offre il viso all’obiettivo con lo sguardo limpido e fermo di chi sa che la resa, in certe circostanze, equivale all’annullamento.

Il regista Marco Speroni, già vincitore del Premio Solinas nel 1996 con la sceneggiatura del film Cosa c’entra con l’amore, poi presentato al Festival di Locarno, ha realizzato diversi documentari con la sua società di produzione Officinema e collabora con RaiUno e Sky. Non è estraneo all’universo terribile che qui viene esplorato e descritto dalle parole asciutte e puntuali delle due protagoniste, avendo già girato un docufilm sulle zone di guerra in Congo (In Hell’s Heart, 2011). I (non pochi) rischi di un’operazione di questo tipo sono facilmente intuibili: venire sopraffatti dalla portata drammatica della materia trattata senza riuscire a gestirla adeguatamente, scivolare nel pietismo o nella generalizzazione restituendo solo la superficie delle cose, senza sondarne la sostanza, o ancora restare ancorati a uno sguardo pericolosamente occidentalizzato che si ostina a voler inquadrare come alterità ogni elemento destabilizzante, tracciando un’illusoria linea di confine nel tentativo di mettersi emotivamente al riparo. E sono rischi, questi, che Speroni sembra eludere senza alcuna titubanza, animato da una spontanea aderenza interiore con ciò che sceglie di rappresentare, empatico con le protagoniste fino a fare dei loro volti espressivi dei territori da esplorare, su cui lo sguardo della macchina da presa indugia in maniera quasi ossessiva eppure al contempo, senza dubbio, rispettosa: perché il regista vuole restituire appieno l’intensità delle figure tridimensionali che ha di fronte senza tuttavia violarle, restituendo – al contrario - intatta tutta la loro dignità.
E’ un tipo di cinema, questo, che più che testimoniare per immagini vuole anzitutto essere spazio: spazio per le voci di chi essendo marginalizzato non ha modo di far sentire la propria, spazio di respiro per chi è oppresso, stremato, esasperato, e infine spazio/luogo per lo spettatore, in cui osservare e osservarsi, in cui confrontarsi con una realtà urgente, viva e in fieri. In questo senso 2 Girls è, oltre che un film, un atto implicitamente politico, doveroso, necessario e improrogabile.