1922

Cose preziose Autore: Pietro Lafiandra      Pubblicato il: 10/11/2017

Nuovo adattamento kinghiano targato Netflix, che si distingue dalle tante trasposizioni del periodo per un approccio ricercato ma non del tutto riuscito.


USA 2017

Regia: Zak Hilditch

Cast: Thomas Jane, Molly Parker, Dylan Schmid, Kaitlyn Bernard, Bob Frazer, Neal McDonough, Brian d'Arcy James

Durata: 101 minuti

Un po’ Psyco, per cercare dei riferimenti di genere, un po’ Secret Window, per trovare affinità tra le decine e decine di racconti dello stesso autore. 1922 – l’ennesima trasposizione da una storia di Stephen King (ad oggi si contano 200 adattamenti c.a tra serie tv e film per il grande/piccolo schermo) – soffre della bulimia produttiva che ha investito l’opera dello scrittore del Maine e che ha rappresentato un ostacolo per i suoi numerosi fratelli sin dalla miniserie tratta da It, trasmessa nel 1990 e con Tim Curry nei panni di Pennywise. Nè capolavoro, né film indegno, il thriller distribuito da Netflix è un prodotto onesto e non pretenzioso ma dimenticabile se inserito nel contesto più ampio dell’ipertrofia audiovisiva di matrice kingiana che ha sconvolto il 2017.
Circoscrivendo l’analisi al mercato italiano (i titoli da prendere in considerazione altrimenti sarebbero almeno il doppio) in meno di dieci mesi si è assistito alla distribuzione di: It (Andy Muschietti), Il gioco di Gerald (Mike Flanagan), La torre nera (Nicolaj Arcel) e la serie tv The Mist, serializzazione di un racconto, tra l’altro, già approdato al cinema con l’omonimo film di Frank Darabont.

A causa dei numeri, a causa delle logiche quasi fordiste che regolano il rapporto tra le case di produzione/distribuzione e i “prodotti King” - e anche alla luce di quelle che sono state le reazioni della critica internazionale alla quasi totalità delle trasposizioni (con un’unica eccezione per il film di Muschietti) - è impossibile approcciarsi a 1922 senza chiedersi aprioristicamente delle reali intenzioni del film, quali ambizioni effettivamente nutra.
Paradossalmente, Zack Hilditch concepisce questo suo sesto lungometraggio come un’opera non-mainstream, dilatando i tempi e rappresentando una violenza carnale matri/uxoricida che non scade nella facile estetizzazione del delitto, celando parti delle componenti orrorifiche per indugiare sui volti espressivi degli attori, sui silenzi e gli sguardi defilati, truculenti. La macchina da presa si posa sui volti e su di essi si trattiene, così da catturare l’indole passivo-aggressiva di un padre/marito che decide di uccidere la moglie nel timore che questa si trasferisca in città con il figlio e venda il campo di cui da anni si prende cura infruttuosamente.

Nell’incipit del film il regista presenta i difficili rapporti tra i personaggi (un triangolo famigliare) tentando di introdurre temi non banali come la contrapposizione campagna/città-spazio chiuso/spazio aperto e la paura del contesto urbano (la metropoli che viene evocata come un’entità fantasmagorica solo attraverso le parole) nonché il desiderio di possesso sessuale della madre nei confronti del figlio, cercando di strutturare così l’intero racconto sulla dimostrazione delle fobie dei personaggi, delle azioni a cui queste conducono e dei sensi di colpa che causano.
La scelta del regista di deviare dal tono pop che caratterizza gli adattamenti kinghiani a lui coevi è una scelta tanto lodevole quanto autodistruttiva, perché dove terminano le dichiarazioni di intenti - nel momento in cui il film dovrebbe svoltare - cominciano a scarseggiare non solo le idee estetiche (sia visive che sonore), vittime dei cliché di genere (la visualizzazione del fantasma, porte che scricchiolano, pavimenti che cigolano…) e la capacità introspettiva dell’autore (i personaggi sembrano incapaci di evolvere realmente dopo aver commesso il delitto), ma addirittura sembra essere assente il materiale di partenza stesso.

1922 è un’operazione che trova interesse analitico non nella sua natura di prodotto filmico, ma nel suo essere ingranaggio della catena di montaggio che è il monolite audiovisivo Stephen King, e che suscita molte domande in relazione non alla qualità intrinseca dell’opera d’arte ma alle logiche produttivo/distributive e all’interesse che, a quarantuno anni dall’uscita di Carrie di Brian De Palma, possano ancora suscitare le trasposizioni cinematografiche tratte dall’immensa bibliografia dello scrittore.