13 Novembre: Attacco a Parigi

VISIONI Autore: Samuel Antichi      Pubblicato il: 06/07/2018

Un film che tralascia la riflessione sui significati e sulle modalità di rappresentazione dell’esperienza traumatica, cercando di assumere il valore istituzionale della testimonianza storica.


Ripercorrendo memorie personali e collettive, ricordando e riannodando i fili del tempo passato, il cinema documentario si è fatto portavoce di un’affettiva forma di conoscenza storica, atto per indagare, gettare luce e rielaborare esperienze traumatiche, dall’Olocausto ai regimi dittatoriali, dalla guerra agli attentati terroristici. Inevitabile quindi, in quella che è stata definita “trauma culture”, la realizzazione di un film che portasse testimonianza delle drammatiche ore dell’attacco avvenuto a Parigi nella notte tra il 13 e il 14 Novembre 2015, in cui persero la vita 130 persone, il secondo più grave atto terroristico nei confini europei dopo quello dell’11 marzo 2004 avvenuto a Madrid.

Prodotto e distribuito da Netflix, 13 Novembre: Attacco a Parigi raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti civili, così come delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco che hanno prestato soccorso. La miniserie, costituita da tre episodi da 50 minuti ciascuno, ripercorre in ordine cronologico gli avvenimenti di quella notte, a partire dalla prima esplosione di un ordigno a Saint-Denis al di fuori dello Stade de France, dove si stava disputando l’amichevole Francia-Germania, e le successive sparatorie al centro della città, nei locali Le Carillon, Le Petit Cambodge, il Café Bonne Bière, Casa Nostra, La Belle Equipe e al Bataclan, luogo in cui furono uccise 90 persone per mano di quattro terroristi.

I due fratelli registi, Jules e Gédéon Naudet, francesi poi emigrati negli Stati Uniti, vogliono restituire un cinema di testimonianza che possa assumere valore di fonte storica, ritornando ad un aspetto che aveva contraddistinto il loro film sicuramente più celebre ovvero 9/11, che inizialmente sarebbe dovuto “semplicemente” essere un documentario incentrato sul lavoro dei vigili del fuoco di New York, ma che le contingenze hanno trasformato in un vero e proprio racconto in presa diretta dell’11 Settembre 2001.

Come rappresentare un’esperienza incomunicabile come quella traumatica? Irrappresentabile per stessa natura? Se il cinema documentario contemporaneo, in linea con una critica storiografica postmoderna, nella forma del “postmodern historical film” o “postmodernist docu-drama”, ha esplorato nuove modalità e forme di rappresentazione che possano attuare una riflessione sulla natura malleabile e frammentaria della storia così come sul referenzialismo e la crisi della rappresentazione, 13 Novembre: Attacco a Parigi, cerca di assumere un valore di testimonianza storica incontrovertibile e univoca degli eventi, istituzionale (tra gli intervistati anche il Ministro degli Interni e il Presidente Hollande).

L’episodio iniziale si concentra principalmente sulla prima esplosione avvenuta nei pressi dello stadio, in merito alla quale vengono intervistate le forze dell’ordine che dovevano mantenere la sicurezza fuori dalla struttura. I poliziotti raccontano la responsabilità di cui hanno dovuto farsi carico, intervenire o non intervenire, dal momento che l’evacuazione di 50mila persone avrebbe potuto provocare una potenziale strage. Gli altri due episodi mostrano le testimonianze dei sopravvissuti concentrandosi principalmente sui fatti del Bataclan, e dando voce prevalentemente alle persone che durante l’attacco sono state prese in ostaggio.

Rifiutando qualunque tipo di ri-messa in scena, ricostruzione in chiave finzionale, ripetizione, replica o duplicazione dell’esperienza originale, una forma di narrazione para-historical, autoriflessiva, così come l’impiego di regimi visivi, strutture ed estetiche differenti, il film si serve esclusivamente di video testimonianze, eccezione fatta per alcuni materiali di repertorio atti a dare maggior thrilling al racconto, come l’irruzione delle forze speciali all’interno del Bataclan, ripresa in lontananza da uno smartphone. Il film si avvale di un processo storiografico tradizionale, un resoconto dettagliato degli avvenimenti che segue la cronologia temporale nella maniera più chiara e comprensibile possibile per lo spettatore; ad esempio viene scandito sullo schermo il minutaggio degli attacchi, oppure date coordinate spaziali attraverso l’utilizzo di una mappa che segnala i luoghi degli attentati o la posizione degli attentatori e degli ostaggi all’interno del Bataclan.
Se in un film come Shoah, preso come caso paradigmatico sulla riflessione del valore testimoniale, Lanzmann interveniva nel processo di testimonianza, stimolando gli intervistati in modo che riaffiorassero i ricordi dell’esperienza traumatica, i due registi francesi rimangono immobili dietro la macchina da presa, mai mostrati. Le video interviste vengono attuate in maniera molto convenzionale con la camera in posizione frontale, mezze figure alternate con primi piani del testimone.

Uno degli aspetti che sicuramente desta maggiore interesse nel film consiste nel modo in cui gli intervistati sembrino quasi a proprio agio nel parlare dell’esperienza traumatica. Nonostante vi siano momenti in cui la commozione e l’orrore che rivive nelle loro memorie prende sopravvento, sui quali la macchina da presa si sofferma e tende ad evidenziare, provocando quasi una feticizzazione dell’esperienza, il racconto dei testimoni prosegue lineare e ricco di dettagli, alcuni dei quali estremante macabri, senza alcun tipo di rimozione o alterazione. Nonostante vogliano liberarsi dall’immagine e dall’evento che li possiede (un distacco esplicito nel racconto degli ostaggi del Bataclan, che non vorrebbero più essere identificati esclusivamente come i sopravvissuti) gli intervistasti non sembrano avere alcun tipo di blocco o di latenza, ma sentano la necessità di restituire chiarezza sull’accaduto. Emerge una dimensione chiaramente performativa della testimonianza, il racconto richiama una formula narrativa del racconto atta a creare tensione e suspense, la modulazione della voce, la focalizzazione dell’attenzione su momenti piuttosto che su altri. Nella re-interpretazione dell’evento sono gli stessi testimoni che sembrano cercare di essere il più efficaci e diretti possibile nel coinvolgere lo spettatore.

13 Novembre: Attacco a Parigi non si interroga, quindi, sulle contraddizioni e le problematicità della testimonianza, il fatto che lasciare il passato a parlare porti inevitabilmente ad una narrazione parziale, frammentaria in linea con l’esperienza traumatica, al suo valore ambivalente come fonte storica, tra vero e falso, verosimiglianza e verità storica, tra distorsioni e mediazioni ideologiche ed inconsce, ma persegue la linea narrativa classica, attraverso una forma di storiografica che getta inevitabilmente luce sull’elaborazione memoriale degli eventi nella nostra cultura massmediale e sulla costruzione di un processo commemorativo.