Regia: Marco Bellocchio
Soggetto: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Veronica Raimo, Stefano Rulli
Cast: Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Gian Marco Tognazzi, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi
Fotografia: Daniele Ciprì
Montaggio: Francesca Calvelli
Scenografia: Marco Dentici
Costumi: Sergio Ballo
Musiche: Carlo Crivelli
Suono: Gaetano Carito
Produzione: Cattleya, RAI Cinema, Babe Films
Distribuzione: 01 Distribution
Nazionalità ed anno: Italia, 2012
Durata: 110 minuti
Data di uscita: giovedì 6 settembre 2012
Procediamo per gradi: dall’oggettivo al soggettivo, dal certo all’incerto. Bella addormentata di Marco Bellocchio è il primo film da decenni ad occuparsi dell’agenda politico-culturale italiana in tempi opportuni; diremmo quasi “sani”. E’ forse dalla stagione e dalla generazione di Francesco Rosi che il cinema (politico) italiano non si occupava di fatti avvenuti nell’immediato presente, con tutte le miserie intellettuali che simili disattenzioni comportano. Gli esempi sono tanti, decisamente troppi: Diaz giunge undici anni dopo i fatti del G8 di Genova; Venti sigarette otto anni dopo l’arrivo di truppe italiane in Iraq; Il caimano a circa dodici anni dalla “discesa in campo” di Berlusconi. Senza contare le dietrologie di cui il nostro cinema sembra cibarsi anziché donare: Piazza delle Cinque Lune, Romanzo di una strage, Il muro di gomma, I cento passi e ancora e ancora. Tutte tempistiche che mal celano la povertà umana, istituzionale e del settore cinematografico che concorrono a fare del nostro Paese la landa intellettualmente deserta che oggi è. Dopo, dunque, la generazione di Francesco Rosi e dei suoi compagni d’avventura, Marco Bellocchio con questa sua Bella addormentata arriva solo tre anni dopo il caso di Eluana Englaro, che nel 2009 per bocca di suo padre Beppino chiedeva l’interruzione del suo stato vegetativo alla luce del sole, legalmente, senza che nessun dottore consigliasse informalmente sul da farsi i famigliari per poi volgere lo sguardo altrove o senza che nessun primario facesse finta di non vedere ciò che gli si compiva sotto gli occhi, pratiche attuate – è cosa nota – migliaia di volte ma mai per vie formali, legali.
Marco Bellocchio ragiona sulla vicenda di Eluana e sul mondo che le gira attorno. Senza mai entrare in casa Englaro, ma cogliendo i profili umani che hanno gravitato attorno alla donna di Lecco per vicinanza politica, fisica o di coscienza. Negli ultimi sei giorni di vita di Eluana un senatore della maggioranza berlusconiana è chiamato a Roma per votare una legge che regolarizzi i pazienti in stato vegetativo, ma è diviso fra il suo partito contrario all’interruzione delle terapie e la sua coscienza, che anni prima lo portò ad aiutare la moglie a morire. Maria, la figlia del senatore, va a Udine per lottare contro l’interruzione della nutrizione artificiale di Eluana e lì incontra Roberto, battagliero manifestante a favore della libertà di scelta della Englaro, di cui s’innamora. Distante da Udine una famiglia è lacerata dallo stato vegetativo della giovanissima figlia, con una madre ex-attrice che si affida totalmente a Dio per farla svegliare e un fratello che pur di veder finito quello strazio arriverebbe a sabotare il macchinario che tiene in vita la sorella per lasciarla morire. A Roma, Rossa vuole togliersi la vita ma il dottor Pallido non vuole permetterglielo, piantonando la donna nella sua stanza di ricovero per scongiurare qualche suo insano gesto.
Marco Bellocchio filma uno fra i suoi film più importanti e ritorna sulla ossessione che lo ha sempre spinto a fare arte, che gli ha sempre dato la cifra della sua poetica: la prigione, come concetto metafisico e solo raramente materiale. Prigione familiare (I pugni in tasca, Sorelle mai, Salto nel vuoto), politico-istituzionale (Vincere, Marcia trionfale), teologica (L’ora di religione) e – lo si diceva – raramente anche fisica (Buongiorno, notte). Bella addormentata, grazie anche alle molteplici storie che narra, attua una ricognizione multiforme sul concetto di “gabbia”. Vi sono le gabbie ideologiche a cui il senatore non sa se ribellarsi o darsi per sconfitto, le gabbie religiose che portano la figlia del politico a scontrarsi contro il suo amore per Roberto di vedute morali opposte. Ancora: le prigioni familiari e religiosamente ortodosse dell’ex-attrice e quelle sociali di Rossa che non vuole più vivere in una società corrotta come la nostra. Ma sopra ogni cosa c’è la prigione di Eluana: se poi questa sia fisica, spirituale, burocratica, morale, religiosa o politica spetta allo spettatore decidere in sua coscienza.
Marco Bellocchio torna sul lungo minutaggio dopo Sorelle mai e filma forse la sua opera più narrata, verbosa e articolata. Pur trattandosi di un film di altissimo spessore intellettuale e cinematografico, le scelte appena elencate nella struttura del film pongono un limite allo spettro artistico dell’opera. Bellocchio, maestro di simbolismo, metafora e lirismo convince di più quando si rifà a simili scelte, mentre Bella addormentata soffre dei difetti opposti. Tutto è troppo detto, tutto è troppo narrato, tutto è sin troppo sviscerato. Nonostante l’opera possa dirsi più che compiuta, segnando una tappa importante del cinema nazionale, l’autore di Bobbio qui compie un eccesso di retorica (inteso nel suo senso etimologico, quello del dire), per delle tematiche così squisitamente intimiste (sia dal punto di vista morale che religioso che laico) che avrebbero forse guadagnato maggior strutturazione e profondità poetica se lasciate sospese, a fluttuare e ad esser tirate dai tanti capi intellettuali coinvolti in simili elucubrazioni.


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