Lo Specialista

L’erotismo giapponese, dalle stampe shunga alla fotografia contemporanea

In origine c’erano gli shunga, letteralmente “Pitture della Primavera”, le stampe erotiche giapponesi che si diffusero soprattutto tra 1600 e 1800, durante il cosiddetto Periodo Edo. Tali stampe appartenevano al genere delle xilografie ukiyo-e ed erano legate all’ascesa dei Chōnin, un gruppo sociale analogo per alcuni aspetti alla borghesia occidentale, composto da mercanti e artigiani. Gli shunga hanno le loro radici nella pittura e all’inizio erano rotoli dipinti. In un secondo momento, per diminuire i costi di produzione, vennero utilizzate delle matrici di legno che consentirono la maggior diffusione e la massificazione di questo genere artistico. Di solito queste stampe erotiche venivano vendute in serie da dodici, come i mesi dell’anno, potevano essere sia di genere eterosessuale, sia omosessuale e raffiguravano scene fantastiche e oniriche, come nel caso del celebre Il Sogno della Moglie del Pescatore di Hokusai, oppure vicende più quotidiane ispirate alla vita delle prostitute di Yoshiwara, il quartiere a luci rosse di Edo, o brani di vita sessuale familiare. In questa molteplicità di soggetti e ambientazioni, gli shunga erano identificati da caratteristiche stilistiche ben precise: genitali dalle dimensioni esagerate, posizioni forzate e quasi irrealistiche dei corpi, esasperazione della violenza dell’atto, mancanza di una completa nudità dei personaggi nella maggior parte dei casi. Il successivo Periodo Meiji vide la fine dell’isolamento del Giappone e l’inizio della penetrazione occidentale in Oriente con la conseguente diffusione di nuove tecnologie. Per le stampe shunga questo significò la fine, a causa soprattutto della concorrenza della fotografia erotica.

Dall’epoca d’oro degli shunga di tempo ne è passato. Il gusto giapponese è stato inevitabilmente e in maniera definitiva alterato dall’incontro con l’occidente – e lo stesso è avvenuto in senso contrario -, il Paese del Sol Levante non è più un microcosmo tutto chiuso in se stesso. In maniera ovvia si può constatare come ad essere cambiati non sono solo i supporti artistici ma anche le modalità di fruizione della raffigurazione erotica da parte della società. Non sono altrettanto banali le conclusioni che scaturiscono dalla riflessione sugli aspetti più propriamente tematici ed estetici: l’immaginario erotico giapponese immortalato dagli scatti della moderna fotografia è molto vicino a quello tramandato dalle antiche stampe shunga.

Se si pensa alla fotografia erotica giapponese, un nome viene subito in mente: il celeberrimo Nobuyoshi Araki, classe 1940, arrestato più volte con l’accusa di oscenità, fotografo di Star e collaboratore di Play Boy e altre riviste specializzate. Tra le centinaia di libri pubblicati ricordiamo Sentimental Journey del 1971, racconto fotografico del viaggio di nozze di Araki con la moglie Yoko, morta di cancro nel 1990, Winter Journey che testimonia proprio gli ultimi giorni di vita della donna, ma soprattutto Tokyo Lucky Hole. Quest’ultima opera raccoglie la documentazione fotografica relativa all’indagine svolta negli anni ottanta da Araki su Kabukichō, storico quartiere a luci rosse di Tokio. Nel 2009 fecero scalpore le foto fetish scattate dall’artista a Lady Gaga per l’edizione giapponese di Vogue Hommes, scandalo replicato dalla serie di polaroid del 2011 sempre raffiguranti la cantante. Nonostante queste incursioni nell’immaginario pop e nella fotografia a colori, la produzione più significativa di Araki è quella in bianco e nero. Il forte chiaroscuro non solo rende tangibile il topos dell’unione tra eros e thanatos, ma consente anche di elevare ad universali delle rappresentazioni particolari: quando osserviamo una delle donne ritratte da Araki, non vediamo “quella” donna ma una celebrazione assoluta del corpo femminile. Spesso Araki è stato accusato di scadere nella semplice pornografia, soprattutto in riferimento alla numerose immagini che rimandano al kinbaku, una pratica bondage tipicamente giapponese. Oltre all’esplicito intento erotico però, non si può evitare di notare come proprio la presenza delle corde e il contrasto di queste con la carne liscia, accresca il valore pittorico del chiaroscuro, in maniera analoga a quanto avviene nella Venere Restaurata di Man Ray.

Fanno parte della stessa generazione di Araki due altri grandi fotografi: Eikoh Hosoe e Kishin Shinoyama. Nessuno dei due è propriamente un fotografo erotico. Anche se nel 2009 è stato perquisito dalla polizia per sospetto di pubblica indecenza a causa di alcune foto pubblicate nel suo libro 20XX TOKYO; Shinoyama si è occupato soprattutto di scatti di moda e anche i suoi nudi appartengono a questa tipologia. Hosoe invece è da sempre interessato ad una riflessione sul nudo di tipo più filosofico, evidente nelle fotografie pubblicate nel 1971 nel libro Embrace, una dichiarazione d’amore nei confronti del corpo umano e allo stesso tempo dialogo per immagini tra la figura femminile e quella maschile. Tuttavia c’è stato almeno un momento in cui l’erotismo è stato al centro della loro sperimentazione fotografica e curiosamente entrambi i fotografi hanno utilizzato lo stesso soggetto per questi lavori: Yukio Mishima. Negli anni sessanta Kishin Shinoyama ha ritratto lo scrittore nelle vesti di San Sebastiano. Eikoh Hosoe ha realizzato un intero libro in collaborazione con Mishima, Ordeal By Roses, pubblicato sempre negli anni sessanta, composto da fotografie dalla sensualità oscura. L’erotismo presentato in questi ritratti fotografici colpisce per il senso di oppressione e inquietudine, assente nei lavori di Araki, come se già in questi scatti fosse stato possibile prevedere la fine di Mishima: nel 1970 lo scrittore si suicidò in diretta televisiva seguendo il rituale del seppuku.

Poco più giovane dei fotografi che abbiamo analizzato sin qui è Kohei Yoshiyuki, il quale nel 1980 scandalizzò l’opinione pubblica per la pubblicazione della serie The Park. Il concetto alla base del progetto è semplice: durante gli anni settanta Yoshiyuki fotografa con una macchina 35 mm a raggi infrarossi le coppie che si appartano nei parchi di Tokio di notte, riprendendo però anche gli spettatori che si nascondono tra i cespugli. L’occhio del fotografo rimane distaccato, gli scatti impersonali e cronachistici non partecipano alle emozioni dei personaggi ripresi perché non sono i sentimenti ad essere al centro della riflessione, ma piuttosto i comportamenti che regolano la pratica voyeuristica. Ne nasce un reportage sociale che analizza non solo il rapporto tra voyeur e coloro che vengono osservati, ma anche il legame che lega tra loro fotografo, soggetti ripresi e lo stesso osservatore che si reca in galleria per vedere tali scatti: il primo voyeur è di certo Shinoyama stesso, che rende oggetto dello sguardo del suo obiettivo sia la coppia osservata sia coloro che la osservano, ma mentre guardiamo le foto della serie The Park anche noi entriamo automaticamente a far parte di questo meccanismo voyeuristico.

Con il lavoro di Ken-Ichi Murata ci si allontana dalla fotografia erotica che ha come tema scene di vita quotidiana per entrare invece in un raffinato mondo fantastico e mitologico ma non meno esplicito. Le foto in bianco e nero vengono successivamente colorate a mano con inchiostri giapponesi dalla compagna del fotografo, Yumiko Yamasaki. Attraverso questo tecnica, Murata ottiene le atmosfere ovattate, i colori soffusi e delicati che caratterizzano i suoi scatti. Boschi, fiori, teschi, specchi concorrono a delineare quell’immaginario attraverso il quale il fotografo è riuscito ad esorcizzare l’ossessione per la morte che lo accompagnava da quando aveva dieci anni. Come ha affermato lui stesso, l’eros è una sorta di religione primitiva che gli ha permesso di raggiungere una nuova consapevolezza nei confronti della sua paura più grande, cioè l’inevitabile destino di ciascun essere vivente. Il critico Kotaro Iizawa ha affermato che Murata cerca di esprimere, attraverso le modelle fotografate, il significato erotico di cui carica la parola hime, cioè “principessa”, termine che nella regione del Kansai, dove è nato Murata, può anche indicare le prostitute. Nulla di più adatto per l’erotismo fiabesco di questi scatti.

Figlia delle conseguenze più estreme della body art è la fotografia di Atsushi Tani. Le ragazze subiscono manipolazioni corporee, i corpi sono piegati in pose innaturali e contorte. Sembra di trovarsi in un laboratorio degli orrori di fine ottocento ma dotato di tutti gli strumenti necessari per realizzare moderni esperimenti chirurgici, anacronismi tecnologici in linea con l’estetica steampunk. È una fantasia erotica allucinata e morbosa quella messa in scena da Tani, la concretizzazione visiva di un incubo fantascientifico a occhi aperti sui timori dell’uomo moderno nei confronti dello sviluppo delle nuove tecnologie. La sensazione di inquietudine che colpisce quando ci si imbatte nei lavori di Tani non è diversa dal disagio che inevitabilmente procurano le foto di Daikichi Amano. Point Blank si è già occupato di questo artista in occasione della mostra New Works alla galleria Mondo Bizzarro tenutasi lo scorso anno. Qui preme ricordare almeno un paio di dettagli sul suo lavoro: la fusione in amplessi sessuali tra il corpo delle modelle e il mondo animale non è una scelta stilistica con il solo scopo di shockare lo spettatore. Amano attinge da molto lontano, dalla tradizione degli shunga e in particolare dalle opere di Hokusai, e non fa altro che portare alle estreme conseguenze compositive e visive i più scontati cliché dell’erotismo giapponese. In secondo luogo si può notare come il connubio uomo/animale, rimandi alla forte valenza naturalistica insita nello shintoismo e nelle altre religioni orientali.

Vogliamo concludere questo nostro excursus sulla fotografia erotica del Sol Levante con una giovane fotografa, Maki Miyashita. La serie Rooms And Underwear realizzata sul finire degli anni novanta, ritrae delle giovani donne in biancheria intima colte nello svolgimento delle più diverse azioni quotidiane nell’intimità delle loro camere. Questi scatti hanno una sensualità decisamente diversa rispetto a tutto ciò che abbiamo analizzato prima: non ci sono più manipolazioni del corpo o viscidi animali acquatici, le ambientazioni fantastiche o inquietanti sono scomparse, non c’è più traccia di fetish e manca anche qualsiasi interesse voyeuristico a dispetto del tema trattato. Tutto si consuma all’interno dello spazio chiuso delle stanze, ciascuna diversa dall’altra nel rispecchiare la personalità delle proprietarie. Anche se l’intento sessuale non è quello primario, l’atmosfera rilassata e divertita unita alla volontà di catturare la realtà senza alcun filtro, carica comunque questi scatti di un erotismo sottile e ci permette di cogliere diversi lati della società giapponese attuale, proprio come gli shunga possono essere utilizzati per conoscere il Giappone di tanti secoli fa in tutti i suoi aspetti, non solo quelli legati alla vita sessuale.

Discussion

No comments yet.

Post a comment