Per tutti i detrattori stanchi dei vampiri “emo” di Twilight, ecco ritornare in pompa magna i vampiri “omo” di True Blood. Approdati ad una già fortunatissima quinta stagione – che già, dopo soli cinque episodi, ha prodotto il consueto, plebiscitario, consenso di pubblico – i succhiasangue sessuomani e melanconici che ronzano intorno alla bella Sookie Steakhous si riconfermano ancora una volta necessari per salute della serialità televisiva (il cui sangue, specialmente d’estate, viene troppo spesso infettato o indebolito da produzioni con poco ferro, rendendo palese il ciclico bisogno d’una dialisi qualitativa). Le ragioni di quanto appena scritto sono almeno due: la prima è che i vampiri in questione contribuiscono puntualmente a rimpinguare le casse della HBO, dando modo all’illuminata emittente di poter reinvestire su progetti ambiziosi e talvolta sperimentali ma, spesso, più ostici per il grande pubblico; la seconda è che, nel panorama mediale contemporaneo, i revenant di True Blood sono gli unici rimasti a saper fare quello che i vampiri dovrebbero sempre fare, ovvero shockare e rompere tabu. Il vampiro è infatti una creatura caratterizzata da un’identità intrinsecamente ossimorica: è innanzitutto un non-morto, è poi sia un mostro antico, immortale, legato ad un’iconografia radicata nei secoli e soggetto a regole più o meno severe ma anche, allo stesso tempo, un’entità mutevole, cangiante, errante ed ambigua. Dal Dracula cartaceo di Bram Stoker al Nosferatu muto di Murnau fino ad arrivare ad Edward Cullen (Twilight) e Barnabas Collins (Dark Shadows) passando per i protagonisti di Blade e Underworld, le cose si sono infatti complicate notevolmente (e tra poco arriverà anche Abramo Lincoln cacciatore di vampiri…). Cosa può o non può fare un vampiro? Se prende il sole si squaglia lentamente, esplode o brilla come se avesse fatto la doccia con i glitter? I vampiri sono mostri senza raziocinio o tenebrosi intellettuali? Sono tutto questo e molto altro ancora.
In quest’oceano di variabili, la figura del vampiro - intramontabile perno transgenerazionale e cross-mediale dell’immaginario contemporaneo – potrebbe dunque essere letta anche come l’incarnazione del contrasto tra tradizione ed innovazione, tra passato e presente. Fortunatamente lontano da qualsiasi pericolosa semplificazione, il vampiro messo in scena dai realizzatori di True Blood è prima di tutto l’emblema stesso del conflitto; è un soggetto perennemente scisso e sfaccettato, simbolo maledetto di una complessità difficilmente conformabile alla norma. Complessità, quella ripresa e sottolineata con più forza in questa quinta, elettrica, stagione, che in questo caso va ricondotta ad una serie di tematiche – tra cui spiccano ovviamente quella dell’integrazione e dell’identità sessuale – molto ben radicate nel discorso ideologico e rappresentativo costruito negli anni dal creatore della serie Alan Ball (non a caso già demiurgo del capolavoro Six Feet Under, serial che lanciò il futuro protagonista di Dexter).
Il primo e straordinario pregio di True Blood consiste però nel trattare temi scomodi, scottanti e attuali (come le guerre intestine tra le fazioni di un’allegorica “minoranza” – dove il mostruoso sta, come al solito, per “diverso” – che minano la compattezza e gli obbiettivi della stessa; un po’ nello stile della sinistra italiana) senza mai ledere il puro piacere spettatoriale, riuscendo così ad imbastire linee narrative di grande attrattiva e sottotrame più engagè ricche di simbolismi mai stucchevoli o fine a se stessi. In questa quinta stagione qualcuno diventa vampiro suo malgrado, altri si battono per l’integrazione ed altri ancora la contrastano (nella serie i vampiri vengono spesso chiamati dispregiativamente “fangs” – cioè “zanne” – in chiara allusione all’insulto “fags” – ovvero “froci” – usato dagli omofobi) portando a compimento la polarizzazione della melanconia già sperimentata a dosi meno forti nelle stagioni precedenti. Assunta positivamente, infatti, la melanconia appare come una sorta di auto percezione e di auto rappresentazione individuale, di gruppo, sociale. Nell’accezione negativa, la melanconia patologica diventa, al contrario, immagine dell’”altro” da rifiutare e da negare. “Il melanconico patologico rappresenta il pexime complexionatus: triste, invidioso, malvagio, avido, fraudolento. “Allo stesso tempo, però, al più sciagurato degli umori sono egualmente associate virtù come la poesia, la filosofia, la passione, le arti” (Il Mito di Saturno in La melanconia del vampiro, Vito Teti, 2007). Lo scambio e lo scontro di questi due tipi di melanconia abbraccia ed alimenta i cinque episodi sin’ora trasmessi della quinta stagione di True Blood, prodotto di grande valore e sottovalutata profondità, capace di sottolineare con forza la natura duale del vampiro contemporaneo: una figura archetipica che affonda le sue radici nel paganesimo e nella civiltà classica ma che si presta ad un’infinità di letture ed interpretazioni – dalla psicoanalisi alle questioni del gender (qui predominanti) – assurgendo al livello di icona culturale fondamentale per intercettare le relazioni più strette tra immaginario popolare e orizzonte sociale.


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