Visioni

Biancaneve e il cacciatore

Titolo originale: Snow White and the Huntsman
Regia: Rupert Sanders
Soggetto: Evan Daugherty
Sceneggiatura: Evan Daugherty, John Lee Hancock, Hossein Amini
Cast: Kristen Stewart, Chris Hemsworth, Charlize Theron, Sam Claflin, Ian McShane, Bob Hoskins, Ray Winstone, Nick Frost, Toby Jones, Eddie Marsan
Fotografia: Greig Fraser
Montaggio: Conrad Buff IV, Neil Smith
Scenografia:Dominic Watkins
Costumi: Colleen Atwood
Musiche: James Newton Howard
Suono: Warren Hendriks
Produzione: Roth Films, Universal Pictures
Distribuzione: Universal Pictures
Nazionalità ed anno: USA, 2012
Durata: 127 minuti
Data di uscita: mercoledì 11 luglio 2012
Sito ufficiale

E’ bello quando ogni tanto vai al cinema annuvolato da pessimi presentimenti e rimani sorpreso, spiazzato da qualcosa di inaspettato. Ti ricorda che innanzitutto in sala dovresti entrare proprio senza pregiudizi di sorta, pronto ad affrontare l’ignoto (a meno che, certo, non si tratti di un film dei Vanzina). In secondo luogo, e nel caso specifico, dimostra come sia sbagliato identificare automaticamente l’odierno straripare di ri-narrazioni e e saghe come mere scariche elettrice atte a far sobbalzare un cinema commerciale ritenuto ormai cadaverico. Gettarsi sempre contro la strategia del franchise hollywoodiano finisce così per assomigliare ad una sterile lotta contro mulini di celluloide; quel che si deve fare è invece affiancarsi ad ogni prodotto con la consapevolezza della sua origine, cercando di riconoscere il mero prodotto dell’impero del male da chi invece un film decente, oltre che vendibile, ci prova davvero a farlo. E, strano a dirsi, è questo il caso di Biancaneve e il cacciatore.

Seconda trasposizione in meno di un anno e terzo tassello (il primo fu il terribile Cappuccetto rosso sangue) di quella che si prospetta come la nuova mitologia hollywoodiana – le favole, successive e parallele ai supereroi –, Biancaneve e il cacciatore prende strade ben diverse dai suoi predecessori, abbracciando un realismo e una discreta profondità psicologica che, affiancati alle capacità registiche non indifferenti di Rupert Sanders, ne fanno un film interessante e piacevole per quanto non del tutto riuscito. La storia e i personaggi sono sempre gli stessi – c’è una regina usurpatrice da uccidere e un regno da salvare – ma la sceneggiatura a sei mani di Daugherty, Hancock e Amini riesce ad infondere una bella carica drammaturgica all’arcinota vicenda, rilanciando soprattutto il personaggio della regina Ravenna. Interpretata da una Charlize Theron in perfetto equilibrio istrionico, questa nuova regina è sicuramente il perno di tutta l’operazione, quel personaggio senza il quale il film non arriverebbe mai alla sufficienza; dotata dagli sceneggiatori di un background di acuta e sincera sofferenza, Ravenna incarna in sé il panico dell’uomo posto di fronte alla propria mortalità, la ferrea determinazione a non cedere alla corruzione del tempo e l’ossessione per il controllo dell’incontrollabile. E’ un vettore in tensione Ravenna, una volontà utopica e crudele scatenata da un trascorso di abusi e violenza, non assolta né giustificata ma approfondita da alcune tracce del suo passato disseminate nel corso della narrazione.

Altra gradevole sorpresa sono i nani di questa Biancaneve, sette sperduti minatori interpretati dal gotha del cinema inglese (da Bob Hoskins a Ian McShane, da Eddie Marsan a Nick Frost), e persino il cacciatore di Chris “Thor” Hemsworth convince abbastanza; a mancare del tutto invece – con grave danno per l’intera operazione – è la protagonista stessa, praticamente inesistente per la prima metà del film (non a caso la migliore) e piatta e superficiale nella successiva. Interpretata da una monolitica Kristen Stewart (e chi l’ha scelta per essere la più bella rispetto a Charlize Theron merita un girone dell’inferno tutto per sé), la Biancaneve di Sanders è ridotta per tutto il film a mera funzione narrativa; la seguiamo come inutile fardello per quasi tutta la storia, e nel momento in cui si reinventa guerriera cristiana e vendicatrice la metamorfosi è talmente superficiale e pretestuosa da rendere vano ogni tentativo di immedesimazione.

Un po’ Il Signore degli anelli, un po’ Miyazaki, questo Biancaneve e il cacciatore si salva – oltre che per Ravenna – per il maggior realismo dello sguardo, che inquadra la vicenda in un affascinante medioevo dark-fantasy, e per la visionarietà messa in campo da Sanders, regista pubblicitario non da poco. Questi è infatti autore dei più bei commercials realizzati per il brand Halo – spettacolare quello in diorama – e con la sua opera prima mette in campo una padronanza tecnica notevole e diversi guizzi visionari, che non riescono però mai ad evadere del tutto dal senso di già visto. Pur strappando pienamente la sufficienza, Biancaneve e il cacciatore non riesce così a fare quello scalino in più, mancando nell’obiettivo di creare una mitologia immaginifica propria. Nonostante ciò crediamo di poterci aspettare in futuro delle belle cose da Sanders; nel frattempo ci sentiamo di lanciare una domanda a chi di dovere: ok con le trasposizioni di tutte le favole, ok con la serie C’era una volta, ma a questo punto, invece di girarci tanto a tanto, la serie di Fables quando diavolo vi deciderete a farla?

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