C’è tempo solo fino al 14 Luglio per visitare, alla galleria T293 in via dei Leutari, la prima mostra in Italia dell’artista norvegese Henrik Olai Kaarstein, dal titolo Turning and Returning.
Henrik Olai Kaarstein, classe ’89, è uno studente della Staatliche Hochschule für Bildende Künste Städelschule di Francoforte, ed è proprio per il contrasto con la sua giovanissima età che colpisce, sorprendendo, la maturità espressiva con cui compie le proprie indagini artistiche.
Sebbene Kaarstein lavorasse fino a qualche tempo fa soprattutto con il mezzo fotografico, ha presto avvertito il bisogno di rendere più diretto e manuale il suo approccio con l’arte, dando un corpo tridimensionale alle sue creazioni. Da questa esigenza formale, unita alle riflessioni sull’eco-sostenibilità in termini di riciclo, nascono le sue sculture/installazioni, costituite mediante l’assemblaggio di oggetti eterogenei applicati su supporti verticali o orizzontali, su cui l’artista è intervenuto con pittura acrilica, cenere, colla e altri materiali.
Gli oggetti di cui Kaarstein si serve, sono dei veri e propri detriti della quotidianità, dal carattere comune e dalle funzionalità banali, ma il modo in cui se ne appropria – rubandoli negli hotel, prendendoli in prestito o trovandoli per strada – fa assumere toni rocamboleschi alla sua impresa, portandolo a calarsi in ambienti e situazioni ogni volta differenti. Fu durante l’estate del 2010, trascorsa a riordinare le abitazioni di due donne decedute, che comprese l’importanza e la bellezza che si ha nell’interazione con degli oggetti vissuti e usati, per quanto ordinari siano: dalle trapunte tradizionali Norvegesi della fine del XIX secolo a quelle d’IKEA dei nostri giorni. Quell’esperienza, nonostante sia stata a tratti cupa e tediosa, lo ha reso un esploratore di contesti quotidiani, stimolandolo a restituire dignità estetica a qualcosa che, senza il suo intervento, diverrebbe probabilmente rifiuto. Ad attirare la sua attenzione sono soprattutto i tessuti, come gli asciugamani, le vecchie trapunte o i teli, sulla scia dell’artista finlandese Kaarina Kaikkonen, nota per i suoi progetti ambientali e per le installazioni realizzate con l’uso di materiali semplici, come appunto tessuti o carta.
È evidente che il modo in cui Kaarstein opera, si avvicina alla decontestualizzazione duchampiana, in un processo di ridefinizione dell’oggetto volto a sottrarne la funzione e l’uso, per trasformarlo puramente in forma estetica. È così che le cuffie da doccia, le ciabattine, le saponette e gli altri oggetti trafugati negli hotel appositamente visitati dall’artista, vengono completamente snaturati dalla copertura di silicone o dalla pittura sopra applicata; proprio come gli asciugamani e le lenzuola che, immersi nella colla, abbandonano le peculiari caratteristiche originarie, irrigidendosi irrimediabilmente. La messa a nudo degli oggetti è concettualmente resa dall’uso del plexiglass, che foderandoli con la propria trasparenza ne permette la visibilità, ma contemporaneamente li congela in una morsa di polimeri di plastica. Il plexiglass, talvolta, viene modellato attraverso la corrosione di una fiamma, ricordando le celebri combustioni di Burri.
L’operazione che Kaarstein attua, mira quindi alla rivalutazione e ridefinizione dell’elemento di scarto prodotto dal consumismo contemporaneo, ma la difficoltà sta nel riuscire a non percorrere una strada già particolarmente battuta dai grandi artisti del passato, i cui echi sono, nella sua opera, assai presenti.


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