In tempi di crisi economica, sogni a occhi aperti in lotta con una realtà che, anche se lascia attoniti e senza illusioni, si tenta di esorcizzare ancora una volta. E ancora una volta lo si fa utilizzando quello stesso strumento magico che aveva portato nelle case il desiderio d’evasione. È la realtà ora a fare il suo ingresso e la HBO decide di rafforzare il suo palinsesto comedy, tirando a bomba con un nuovo prodotto che fa nutrire calde aspettative. Debutta il 15 aprile Girls, con un ingresso discreto che si mantiene sui 900mila spettatori e un rating di 0.4, dati tiepidi che non intimidiscono il network, pronto a confermare una seconda stagione a partire da gennaio 2013.
Nella generazione post Sex & The City, la Grande Mela non sfoggia vetrine luccicanti, tintinnii di bicchieri o abiti dell’ultimo grido. Non si sorseggiano cocktail a party patinati e New York City non è così glamour come l’avevano dipinta nel telefilm più griffato della generazione precedente. La metropoli è una lama tagliente che ferisce i sogni e rispedisce a casa chi non sa difendersi dal vento aggressivo della competizione. Il futuro di affermazione e vittorie è solo un miraggio e anni di speranze riposano nel cestino della carta straccia. Slegata da ogni stereotipo, la serie della venticinquenne Lena Dunham, presente come una delle protagoniste, dipinge un ritratto amaro e realistico del mondo contemporaneo: quando si sperimenta la convivenza non sempre facile con le amiche, i soldi di mamma e papà sono una comoda frustrazione e si tenta ancora di giustificare quelle scelte che continuiamo a difendere a scapito della nostra credibilità. Quattro giovani hipster girovagano per i sobborghi di una New York grigia, asettica, che offre tante possibilità quanto si riesce ad emergere da quella superficie piatta in cui si rappresenta solo un numero. Con una schiettezza disarmante, l’autrice delinea un quadro il più realistico possibile, in cui si intrecciano le vicende di quattro amiche alle prese con aspirazioni e umiliazioni quotidiane, tra fallimenti lavorativi e relazioni sentimentali senza futuro: nella golden age televisiva questo drama condito di divertimento ha tutte le carte in regola per rivelarsi un piccolo gioiello.
Lontani dall’Upper East Side e dal Meatpack District, ci si trova in un ambiente più sobrio e modesto, dove gli appartamenti hanno la carte da parati sporca di caffè, i posacenere sono pieni di sigarette spente a metà e alle feste si va anche a piedi. Le quattro protagoniste, lontane dall’essere le spensierate eredi di Carrie & Co., sono piene di difetti, si lamentano per la mancanza di un lavoro, ma si rivelano presto troppo stanche per continuare a coltivare le proprie aspirazioni e troppo svolgiate per mettere a frutto saggi consigli. Si parla di precarietà e sesso, si litiga con i genitori e ci si riempie la testa di giustificazioni improbabili. In un mondo alla portata della middle class non si indossa la taglia zero, ma si sfoggiano forme rotonde e vestiti da mercatino. Pigra e svogliata, Hannan/Duhnam storce il naso per ottenere sempre qualcosa, rimanda le questioni scomode e affonda nel cibo la propria apatia. Marnie è rigida, meticolosa, razionale e attenta fino alla mania, la controparte metodica di Jessa, esotica e vaporosa, che sa essere cool anche quando sputa su un’orda di maschi, riuscendo a far dimenticare i casini in cui non evita di infilarsi. Chiude il cerchio Shoshanna, la cugina, timida e impacciata, senza esperienze e logorroica, che nutre una totale ammirazione nei confronti delle altre. Il ritratto del mondo femminile è controbilanciato da personaggi maschili che risultano adeguati e attendibili nonostante restino sullo sfondo. Nessun bellimbusto principe azzurro, ma semplici ragazzi della porta accanto, senza corpi scolpiti, con poca voglia di impegnarsi o fin troppo disponibili. Non ci sono carte di credito illimitate né macchine di lusso con vetri oscurati, ma si parla di colloqui, malattie sessuali, piccole perversioni, tradimenti e crisi di identità con un realismo venato di ironia in pieno stile HBO. Sagacia e coraggio contraddistinguono l’anima di una serie che fa discutere critica e pubblico, distinta da una autenticità rimarcata senza filtri o mezze misure.
Affiancata da Jenni Konner nel ruolo di showrunner e da un mentore come Judd Apatow (40 anni vergine), reduce dal successo della prima opera Tiny Furniture – un lungometraggio che ha ottenuto il premio come miglior sceneggiatura d’esordio agli Independent Spirit Awards 2011 – la Duhnam confeziona un prodotto brillante e senza quei veli romantici che tanta parte trovano nei cuori del grande pubblico di massa. In una realtà cruda e senza scrupoli, si profilano vite ordinarie che tentano di portarsi avanti con le proprie forze, tra twitt di pensieri e salti da un letto all’altro. Uno spaccato di vita moderna che si offre senza prenderne le distanze, ma immergendovisi fino a sorriderne, nella celebrazione dell’inettitudine di una generazione che non sa più definirsi.

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