Regia: Marc Webb
Soggetto: basato sui fumetti e personaggi Marvel creati da Stan Lee e Steve Ditko
Sceneggiatura: James Vanderbilt, Alvin Sargent, Steve Kloves
Cast: Andrew Garfield, Emma Stone, Rhys Ifans, Denis Leary, Campbell Scott, Irrfan Khan, Martin Sheen, Sally Field
Fotografia: John Schwartzman
Montaggio: Alan Edward Bell, Pietro Scalia
Scenografia: J. Michael Riva
Costumi: Kym Barrett
Musiche: James Horner
Suono: Shannon Mills
Produzione: Columbia Pictures, Laura Ziskin Productions, Marvel Enterprises, Marvel Studios
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Nazionalità ed anno: USA, 2012
Durata: 136 minuti
Data di uscita: mercoledì 4 luglio 2012
Sito ufficiale
A volte, osservando la produzione culturale occidentale dei primi anni di questo millennio, risulta difficile immaginare una libreria del prossimo futuro e non vederne gli scaffali colmi di riletture, remake, riavvii; quella letteraria è infatti rimasta, probabilmente anche per motivi di percezione culturale, l’ultima frontiera ancora da espugnare, ma quanto sono lontane le riletture di Clive Cussler dei racconti di Joseph Conrad, i remake di Ken Follett delle storie di R. L. Stevenson, o i riavvii di Sherlock Holmes ad opera di John Grisham? Il dubbio è ovviamente malizioso, ma la questione e le prospettive future restano. Come resta il fatto che remake e reboot siano la forma cinematografica più peculiare del coevo cinema industriale statunitense, afflitto – come ben sottolinea il nostro Di Giulio nel suo articolo su La cosa – da una sempre più endemica incapacità di rischiare, una mancanza di volontà nel gettare sul mercato il nuovo che porta ad una parossistica e ciclica rilettura del proprio materiale, non solo iconico se consideriamo il nuovo fenomeno delle Collection e delle riedizioni in HD che sta esplodendo di recente nel mondo videoludico.
Di questi nuovi fenomeni quello del reboot è sicuramente il più recente e radicale, non per questo negativo a priori ma anzi capace di portare – attraverso aggiornamenti e svecchiamenti variamente necessari – a nuovi inizi, validi sotto molteplici aspetti (Casinò Royale, L’alba del pianeta delle scimmie). Non per niente l’operazione che ha sdoganato a livello industriale e commerciale questa logica ne rappresenta anche il punto qualitativamente più alto, quella rinascita del cavaliere oscuro fatto risorgere a nuova vita dal demiurgo Christopher Nolan, il cui Batman Begins esce a 16 anni dal primo film di Burton. Il successo totale del suo lavoro è talmente lampante che adesso sono solo 7 gli anni che separano il goffo ma interessante Superman Returs dal prossimo Man of Steel, ma nonostante quest’accelerazione dei tempi non vi è nessuno disposto ad usare il lavoro di Nolan come materiale per un discorso di denuncia sui pericoli, derive e aridità che reboot e compagni mal nascondono. E il motivo è estremamente semplice; pur realizzati in un contesto estremamente industriale, i lavori di Nolan nascono da una precisa, costante e fedele identità autoriale, un marchio personale tanto potente da fare oggi di lui l’unico regista assieme a Cameron a poter realizzare con continuità blockbuster d’autore. Quello che ormai da più parti viene definito come Nolan-verso non solo ha definito la natura degli altri film targati DC – di cui Man of Steel sarà probabilmente solo l’inizio – ma è anche strabordato nella rivale Marvel, influenzando fortemente la progettazione e realizzazione di questo The Amazing Spider-Man. Peccato però che al contrario del suo genitore questo reboot sia un esperimento in buona parte fallito.
Il primo scoglio per questo The Amazing Spider-Man è il suo arrivare a soli dieci anni dall’esordio firmato Raimi, ma come abbiamo visto con Man of Steel ciò non si tramuta automaticamente in qualcosa di negativo. Aggiungiamo allora che il dittico realizzato dal regista de La casa (escludiamo dall’equazione il terzo capitolo, decisamente non riuscito) rappresenta il punto più alto di tutta la produzione della Marvel Studios, risultato di un raffinatissimo equilibrio tra una mitopoiesi drammaturgica di forte realismo psicologico e una quasi esasperata stilizzazione supereroistica. A fronte di questo indubbio peso qualitativo, per accettare l’operazione di un così riavvicinato reboot si deve esser posti di fronte o ad una reinvenzione tematico-contenutistica o ad un aggiornamento tecnologico. Aspettative entrambe mancate dal lavoro di Marc Webb.
Il primo elemento che tradisce l’urgenza meramente monetaria di questo film è anche il principale distinguo rispetto al lavoro di Raimi, il cui protagonista viene fortemente rivisitato. Smussati i toni nerd, lo Spider-Man interpretato da Andrew Garfield viene ricondotto ad una dimensione adolescenziale studiata per fare breccia nella nuova generazione di spettatori, di cui si cerca l’immedesimazione rendendo il personaggio meno sfigato e sostituendone la tipica timidezza alla rabbia e foga ribelle tipiche dell’età pre-adulta. Si decide così di dare maggior spazio alle tempeste ormonali e di rendere più conflittuale il rapporto con gli zii, ma questa dimensione da teen-movie – per quanto messa in scena con tutta la grazia che ci si poteva aspettare da Marc Webb dato il suo esordio – mal si amalgama con l’altro presupposto alla base del film, quello di offrire una lettura più dark e realistica delle origini dell’uomo ragno. Diviso tra queste due direttive The Amazing Spider-Man appare così un film dall’identità incerta, vittima di una pianificazione effettuata a tavolino che, per rincorrere più spettatori possibile nel modo più facile, finisce per diluire all’acqua di rose quel tono più oscuro, di chiara matrice nolaniana, che avrebbe potuto invece riscattarlo.
Altrettanto deludente è la storia in sé di questo episodio, che pur introducendo alcuni elementi di novità non riesce ad usarli a dovere. Se del tono più adolescenziale s’è appena detto, altrettanto incerto è il tema dei genitori di Peter, che se mancava del tutto nel mondo di Raimi qui viene introdotto saggiamente all’inizio ma sparisce nel corso della narrazione, per essere infine ripreso dall’epilogo post-titoli di coda più inutile della storia. Gli altri aspetti della vicenda invece sembrano presi di peso dai primi due film originali, di cui si segue pedissequamente la struttura e si ripresenta l’ennesimo villain scienziato che pur mosso da intenti umanitari rimane vittima della propria ambizione. La cosa però non sarebbe neanche negativa in modo assoluto, ma lo diventa nel momento in cui il tutto appare sempre più una fotocopia sbiadita, come ben rappresenta il poverissimo personaggio del dottor Curt Connors/Lizard, pallido riflesso del mefistofelico Goblin o del sofferto Octopus.
Se dal punto di vista narrativo The Amazing Spider-Man stenta a decollare, l’aggiornamento tecnologico e la notizia che fosse stato girato in 3D facevano ben sperare dal punto di vista visivo. Del resto cosa poteva esserci di meglio delle acrobazie aeree di Spider-Man per valorizzare finalmente le potenzialità di resa spaziale e volumetrica della stereoscopia? A malincuore invece dobbiamo constatare che Marc Webb – complice forse un budget notevolmente ridotto per il tipo di produzione – non riesce quasi mai a mettere in campo la creatività e la tenuta visiva necessarie al compito, relegando le poche emozioni in due scene madri marchiate dal già visto (quella sul ponte, simile al finale di Spider-Man 1, e quella delle gru, concettualmente già contenuta nella scena della metro del sequel, per inciso una delle prime e più belle sequenze di elaborazione post-11 settembre di sempre) e una soluzione registica, quella della visione in prima persona “volante”, che sarebbe stata fenomenale se fosse stata portata fino in fondo e con più coraggio, piuttosto che esser usata soltanto per pochi secondi. Se a questo aggiungiamo che ogni riflessione volumetrica sul 3D è del tutto assente, non resta che ammettere che, pur con 10 anni di tecnologia in meno, l’arrampicamuri di Raimi era ben più spettacolare.
In sostanza questo The Amazing Spider-Man non è un film brutto, semplicemente inutile. Offre alcuni spunti e novità ma se li perde per strada, e trova la sua unica, decisa ragione d’essere nell’interpretazione dei suoi due giovani protagonisti, acqua della vita in un’opera altrimenti gravemente mancata.

Discussion
No comments yet.