Televisione

Veep

O’ vincimm ‘stu spread?” titolava un manifesto da stadio, quando la vittoria poteva ancora essere sognata. Nei momenti di crisi si scende in piazza e si festeggia, un grido di entusiasmo si leva sulle teste degli astanti, sui tetti degli autobus e sopra i cassonetti della spazzatura. Il bisogno di essere felici è quasi disarmante e quando si tocca il fondo, a volte, si tende a sdrammatizzare. In un particolare giorno dell’anno l’effige dei politici arde sul rogo, ma quegli stessi mostri che disturbano la quotidianità di un popolo sempre più deluso restano dietro scrivanie ingombranti, nascosti da edifici impermeabili. Si perde la fiducia, ma il bisogno di sorridere è ancora vivo. Il carnevale garantiva quello straordinario lusso di sovvertire il potere e i ruoli stabiliti, almeno per un giorno, portando alla ribalta tutta quella satira che cela un’amara verità. Se si è in grado di interpretare la profusione di dati e la reificazione di immagini patinate che bombardano continuamente l’esperienza reale, la tv a volte può tradurre genialmente quello stesso impulso di ribellione. Un tiro che Veep cerca di mandare in porta. E ci riesce.

Dalla mente di Armando Iannucci questa nuova serie HBO si propone di sbeffeggiare il mondo della politica inseguendo i tentativi della neo vice-presidente americana Selina Meyers, che scoprirà presto quanto l’attrattiva di quella poltrona tentatrice e sfarzosa si riveli in realtà un’ingombrante sedia senza rotelle. Versione satirica della celebre West Wing, Veep presenta una comicità sfacciata e pungente, dove l’impronta di un’atmosfera british si insinua in un contesto totalmente a stelle e strisce. Sulle tracce del precedente Thick of It, lo stesso showrunner dimostra le proprie capacità di demistificazione. Nell’occhio del ciclone è sempre l’ambiente politico, abitato da uno stuolo di incompetenti in giacca, cravatta e tailleur. Se nella serie britannica restava ancora qualcuno a salvare la faccia di un dipartimento governativo dalla totale caduta nella demenza, qui c’è tabula rasa. I personaggi sono talmente ridicoli da suscitare un certo imbarazzo. Sconfitta alle recenti presidenziali, Selina Mayers – una Julia Louis-Dreyfus incantevole ed esilarante per la mimica straordinaria e un innato talento nel rispettare i tempi comici – si accontenta di rivestire la carica numero due, impegnandosi a dribblare gli ostacoli che il suo staff continua a seminarle intorno, segno di una negligenza garantita dalla distrazione e dall’incompetenza. Iannucci, nominato all’Oscar per la sceneggiatura di In the Loop (di cui è anche regista) – spin-off di quel Thick of It di incidenza british, supportato da un calzante James Gandolfini – svela il dietro le quinte del settore comunicazioni che pertiene alla Casa Bianca. Dalla vena spietata e con dialoghi serrati, Veep mostra tutta la sua cruda essenza, in una cornice di scatole cinesi che saturano l’aria e infondono smanie claustrofobiche.

La regia, improntata ad uno stile di cinema verità forte della tecnica fly to the wall (letteralmente “mosca sul muro”), si libera di parabole ardite e virtuosismi per carpire febbrilmente le infinite sottigliezze di un mondo tutt’altro che limpido. Porte e stanze racchiudono i tic e le sclerosi di chi detiene il potere, giocando a perdere con la vita altrui, su cui si riflettono tutte le scelte dettate da pura ambizione o tentativi di contenere danni provocati da una serie di sfortunati incidenti. Veep non fa sconti, bisogna correre veloci dietro ai furtivi cambiamenti, perché subito le situazioni evolvono, la scena sfocia nella successiva e il quadro si trasforma, con battute frenetiche e cambi repentini prima ancora di dare il tempo necessario a capire le coordinate in cui ci si muove, infondendo un profondo senso di disorientamento. Amy, Dan, Gary e Mike si destreggiano intorno alle gambe non troppo lunghe di Selina, con fianchi cinti da gonne strette, un passo veloce a denotare quella punta di tenue nervosismo, a stento nascosto dietro un sorriso troppo teso per non risultare forzato. Declinando alcune caratteristiche dal personaggio di Buster Bluth di Arrested Development, uno schizzato Tony Hale inserisce autismo e sociopatia nella caratterizzazione di Gary, sempre a suggerire giuste parole all’orecchio della sua VP, che poi non manca di deformare nella pratica. E se la celebrità di Seinfeld vince una nomination come Miglior Attrice in una comedy ai CCTA 2012 (Critics’ Choise Television Awards), un intenso Matt Walsh non sarebbe da meno, mettendo a frutto tutte le sue capacità interpretative, desunte da quell’ImprOlympic di cui è strenuo beniamino, già evidenti nel Cyrus dei fratelli Duplas dove lo si vede giostrarsi nella tecnica mumblecore.

In guardia da un seguito spesso inaffidabile, Selina cerca di conciliare pubblico e privato, mentre si dimena tra potenti impettiti che sorseggiano calici cristallini e tra questioni riservate, tra l’integrità di un’immagine personale messa a dura prova e la difesa degli interessi di un Presidente che la tiranneggia come può. Il senso di soffocamento che trasmettono gli interni si somma ad una velocità di tagli e inquadrature che allineano azioni e reazioni di amministrazioni diplomatiche, non sempre tagliate per i ruoli che i vari personaggi si trovano a ricoprire, nello spazio ristretto di un edificio compatto solo in apparenza. I personaggi vengono delineati con cura e intelligenza, senza introduzioni posticce o didascaliche, riuscendo fin da subito a trasportare lo spettatore nel vivo di un quadro governativo impacciato ma pronto a seguire il passo felino di una vice dal lessico troppo scurrile per l’elegante portata in tacchi a spillo. Dopo un pilot sostenuto dalla ABC, ma riadattato senza rispettare l’impronta voluta dal creatore, il soggetto arriva alle porte della HBO che lascia campo libero a Iannucci, fiero di poter finalmente controllare il processo creativo della serie, che debutta sulla televisione via cavo il 22 aprile con un discreto pubblico (1.3 milioni di spettatori) e un degno rating (0.6 AA. 18-45), dati che restano piuttosto stabili fino al finale del 10 giugno (l’ottavo episodio ha registrato un aumento del dieci percento).  Prontamente rinnovata per una seconda stagione da dieci episodi, Veep conferma le ambizioni di un network che decide di dedicare le proprie energie alla comedy, in linea con uno stile dissacrante e cinico affine alle sue corde. In continua lotta per la propria stilla di potere, ognuno si arma di tattiche e contromosse tanto ardite nella misura in cui si rivelano profondamente patetiche, a evidenziare tutta l’umana idiozia che offusca la mente al minimo scintillio verde. Quando un mondo di gaffeur professionisti non riesce a nascondersi dietro la lamina virtuale di palmari e social network.

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