Arti visive

Re-Generation

Re-Generation, esposizione inaugurata il 26 giugno negli spazi del Macro Testaccio, nasce sotto la supervisione di Bartolomeo Pietromarchi e delle giovani curatrici Maria Alicate e Ilaria Gianni, con l’intento di offrirsi come panoramica piuttosto vasta di ciò che esiste al momento nel territorio romano riguardo le arti contemporanee giovanili. Il progetto espositivo prevede difatti il coinvolgimento di circa trentatré artisti al di sotto dei 35 anni che operano a Roma, con in più  l’inserimento di alcune opere dei maestri come Fabio Mauri,  Alighiero Boetti, Pino Pascali, Luigi Ontani, Gianfranco Baruchello, Eliseo Mattiacci, a Roma, originando così un trait d’union tra le due realtà storiche. Il progetto è a sua volta accompagnato dalla partecipazione di altri diciassette artisti che entrano a far parte del programma di performance e video fino al 9 settembre.

Un’iniziativa dunque piuttosto ambiziosa e che sembra, all’apparenza, rispondere efficacemente a ciò che il Macro Testaccio, specialmente nei primi anni, ha saputo dimostrare, ovvero il sapersi offrire come spazio di accoglienza per operazioni emergenti caratterizzandosi come fulcro di iniziative fresche e capillari nel territorio romano, e aiutando la città a saper gareggiare con città nordiche sempre più dinamiche e competitive, come Torino o Milano.

A questo si deve aggiungere l’arduo compito di saper radunare in maniera sintonica trentatré personalità all’interno dei due padiglioni collocati all’ingresso. Un lavoro curatoriale, da questo punto di vista, sicuramente degno di lode, in quanto si percepisce la volontà di far dialogare armonicamente gli artisti l’uno con l’altro, tuttavia, nel concreto, concettualmente debole. L’impressione complessiva e conclusiva che si ha nel percorrere la grande esposizione non sembra, d’impatto, differenziarsi di molto da quella di una grande Fiera. La scelta degli artisti in mostra appare generica e priva di un filo conduttore comune, se non quello di una sola appartenenza generazionale. Il risultato in realtà sembra ribadire ancora una volta il monopolio galleristico che silenziosamente si sta facendo strada a Roma, offuscando le grandi istituzioni contemporanee, e che sa, come forse in questo caso, orientare i possibili criteri di selezione, muovendo l’attenzione ancora una volta su nomi già conosciuti e già ampiamente riconosciuti.

In ogni caso non si discute assolutamente sulla validità dei lavori esposti, meritevoli di essere argomentati, tant’è che, in questa sede, preferiamo soffermarci sul valore di alcune delle opere senza fermarci troppo a sentenziare ancora sulle sopracitate scelte curatoriali.

Interessante ad esempio la ricca composizione di disegni a matita e pennarello su carta di Marco Raparelli (1975), che con un suo stile grafico dichiaratamente libero ma sicuro ha regalato un mondo di situazioni e ambientazioni dal sapore prevalentemente ironico e insolente. Il suo è uno stile che gioca con la fantasia, sia nei confronti dei contesti che delle figurazioni, ma che non nasconde caratteri realmente terreni come la rappresentazione dei più temuti vizi e perversioni umane. Il gioco che esce fuori nel suo insieme è che realtà e irrealtà sembrano incontrarsi e passeggiare a braccetto con estrema naturalezza e reciproca simpatia.

Si prosegue nel citare l’installazione di Luana Perilli (1981), caratterizzata da una teca di vetro in cui l’artista ha introdotto una presenza ponderosa di Polyrhachis dives, una razza di formiche le quali trascorrono il loro tempo con una cadenza ordinaria e ben strutturata. Il lavoro della Perilli nasce da una attenta analisi verso questa famiglia di insetti, tanto da avvicinarsi di molto alle ricerche effettuate dagli scienziati, come ci viene chiarificato dalle stampe di libri di entomologia risalenti all’inizio del XX secolo che tendono ad accompagnare l’installazione. Un’esecuzione brillante che vuole quasi invitare l’osservatore a riflettere sulle attuali condizioni di socialità e a vivere un sentore di complicità e di appropriazione nei confronti di quel sistema di vita, guidato essenzialmente da sentimenti di collettività e identità rafforzata.

Con RMHC 1980/1999, film-documentario, Giulio Squillacciotti, si direziona verso uno studio di natura antropologica nei confronti di una realtà, quella del fenomeno punk, mai efficacemente valutata dai media e dalla società. Ricercatore oltre cha artista, Squillanciotti si è mosso attraverso l’aiuto di strumenti, testimonianze, testi e video, verso un’analisi sulla nascita e sulla crescita, nel contesto romano, di questo mondo a partire dagli anni 80-90.  Il tutto condito con una capacità registica rigorosa e volta a creare delle connessioni implicite sulle realtà underground esistenti.

Poetica, infine, l’animazione video di Marta Roberti (1977), Lacuna, connotata da una costruzione d’impronta estremamente malinconica, come viene espletato dalla presenza sonora che accompagna le immagini in sequenza. Queste ultime, realizzate con la carta carbone, si sovrappongono tra loro, creando diverse realtà oniriche in cui artista e figure mitologiche si incrociano scambiandosi diversi mondi paralleli. L’artista con queste immagini sembra volerci regalare una storia personale ricca di riferimenti mnemonici di grande potenza ipnotica e attrattiva.

Nella difficoltà a menzionare tutti i lavori in mostra concludiamo affermando che l’impressione generale appare ancora piuttosto rassicurante: esistono presenze artistiche di estremo valore che varrà sicuramente la pena non trascurare, e forse la sola grande utilità di questa iniziativa è stata quella di ricordarci di come Roma offra ancora un bagaglio piuttosto capiente di menti brillanti.

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