Visioni

La Cosa

Titolo originale: The Thing
Regia: Matthijs van Heijningen Jr.
Soggetto: John W. Campbell Jr.
Sceneggiatura: Eric Heisserer
Cast: Mary Elizabeth Winstead, Joel Edgerton, Eric Christian Olsen, Adewale Akinnuoye-Agbaje,
Ulrich Thomsen
Fotografia: Michel Abramowicz
Montaggio: Peter Boyle
Scenografia: Sean Haworth
Musiche: Marco Beltrami
Produzione: Strike Entertainment
Distribuzione: Universal Pictures
Nazionalità ed anno: Usa/Canada, 2011
Durata: 102 minuti
Data di uscita: mercoledì 27 giugno 2012
Sito ufficiale

Antartide. La paleontologa Kate Lloyd, unitasi alla squadra di scienziati norvegesi intenti a studiare una nave spaziale extraterrestre ritrovata seppellita tra i ghiacci, scopre un organismo che sembra essere morto nell’impatto avvenuto migliaia di anni fa. Ma la “cosa”, un parassita in grado di imitare qualsiasi forma di vita con cui entri in contatto, sta solo aspettando di risvegliarsi. Quando un fatale esperimento libera l’alieno dalla sua prigione di ghiaccio, Kate dovrà fare squadra col pilota del gruppo, Carter, per evitare che la creatura li uccida tutti, mettendoli uno contro l’altro nel tentativo di sopravvivere e svilupparsi.

E’ risaputo – ed è inutile negarlo – che la maggior parte del cinema statunitense ha da sempre vissuto e proliferato metabolizzando e rielaborando (con esiti altalenanti) l’immaginario collettivo globale, attingendo tanto dal folkore nato in terre lontane che dalla più nota letteratura occidentale, tanto dai comics quanto alla mitologia greca, fino a flettersi su se stesso cercando, infine – attraverso l’intensificazione di prequel e reboot – di sondare (e oseremmo dire “spremere”) il proprio materiale iconico, filmico e para-filmico per ovviare ad una sempre più pressante mancanza di coraggio da parte del comparto produttivo (non crediamo ci sia una mancanza di creatività o idee quanto, come appena affermato, una sostanziale paura di rischiare, di affrontare la novità da parte di chi deve spendere grosse somme di denaro). Infatti – per evitare il rischio di non incontrare il favore di un grande pubblico a sua volta sempre meno incline alla voglia di farsi sorprendere – negli anni 2000 molte major e società di produzione indipendenti hanno preferito puntare sul sicuro, investendo su remake di film di culto e operazioni di rebooting di grandi capolavori che hanno segnato la storia del cinema, in particolar modo capisaldi del bis anni ’70 e ’80 (come ad esempio le saghe Slasher). Tuttavia, la pratica del remaking sembra dover fallire miseramente quando dietro alla macchina da presa non si cela un “autore” (ebbene si, abbiamo usato quella parolaccia) in grado di riplasmare il materiale d’origine fino a trasformarlo in qualcosa di completamente nuovo e personale (come ad esempio La Mosca di David Cronenberg che, più che essere migliore de L’esperimento del Dottor K, è semplicemente un “altra cosa” rispetto al suo archetipo).

Al contrario, tra i più sfortunati bersagli di questa smodata invasione di remake senz’anima vi è senz’altro il cinema del maestro John Carpenter, serbatoio al quale negli ultimi anni il cinema statunitense si è abbeverato senza posa e senza rispetto, fatta eccezione per i due suggestivi Halloween firmati da Rob Zombie, efficaci proprio perché realizzati sotto l’egida di un’autorialità forte.

Seppur non meritevole di tanto sdegno come i pessimi remake di The Fog o di Distretto 13, anche il remake del capolavoro La Cosa non riesce nell’intento di superare (né di eguagliare) l’originale. L’operazione fallisce in partenza proprio perché si pone stilisticamente al crinale tra una sorta di imitazione, dovuta ad un sacrosanto timore reverenziale, ed un goffo tentativo di sfruttare il linguaggio visivo contemporaneo per “svecchiare” un’opera che di vecchio non ha proprio nulla, anzi, rivisto ciclicamente La Cosa di John Carpenter risulta ogni volta più vibrante e moderno, specie se consideriamo che in quel lontano 1982, quando uscì, risultò un flop, troppo avanti sui tempi per essere immediatamente compreso.

La Cosa di  Matthijs van Heijningen Jr. si presenta pertanto come un buon prodotto d’intrattenimento, ben curato dal punto di vista formale ed efficace nei momenti di gore. Il problema è che riesce a destare interesse solo fino a quando rimane entro i canoni estetici varati da Carpenter, perdendosi tristemente nell’anonimato stilistico ogni qual volta sperimenta qualche timido guizzo fuori dagli schemi. Questo avvalora quanto scritto in precedenza sul rapporto tra remake ed autorialità, poiché si dà il caso che – come i più sanno – anche La Cosa di Carpenter è esso stesso un remake del film La cosa da un altro mondo di Hawks, con il quale però intrattiene solo una pallida parentela per quanto concerne l’ambientazione. Da un capolavoro ne nasceva un altro, con lo stesso dna, ma completamente diverso. Inoltre, mentre Carpenter nutriva e nutre per il grande regista del cinema classico un amore smodato (tanto da omaggiarlo pressoché in ogni sua produzione), nessun tipo di legame stilistico e – appunto – “autoriale” lega Carpenter a van Heijningen, riducendo il tutto ad un’ennesima, sterile (e fallimentare) operazione commerciale. Sembrerebbe dunque che, nonostante la mutevolezza e l’adattabilità teorica e fattuale della “Cosa” – che fa del cambiare pelle ed aspetto la propria arma vincente – il mostro in questione sia destinato a rimanere per sempre incollato all’immaginario partorito dal regista di In The Mouth of Madness.

E poi come si fa ad amare un film quando, durante la visione, per ogni secondo si aspetta l’arrivo di un Kurt Russell che per motivi anagrafici e diegetici non potrà mai avvenire?

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