Visioni

Detachment – Il distacco

Titolo originale: Detachment
Regia: Tony Kaye
Soggetto e sceneggiatura: Carl Lund
Cast: Adrien Brody, Lucy Liu, Bryan Cranston, Christina Hendricks, James Caan, Renée Felice Smith, Blythe Danner, Marcia Gay Harden, Tim Blake Nelson, Sami Gayle, Doug E. Doug, Isiah Whitlock Jr.
Montaggio: Barry Alexander Brown
Fotografia: Tony Kaye
Scenografia: Jade Healy
Costumi: Wendy Schecter
Musica: The Newton Brothers
Suono: Eric Di Stefano, Randy Matuszewski
Produzione: Paper Street Films, Kinsgate Films, Appian Way
Distribuzione: Officine UBU
Nazionalità ed anno: USA, 2012
Durata: 100 minuti
Data di uscita: venerdì 22 giugno 2012
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E non mi sono mai sentito
così distaccato da me stesso e
allo stesso tempo così presente al mondo.

Albert Camus

Insegnanti disillusi e giovani disperati offrono un vivo ritratto del sistema di istruzione americana nel recentissimo Detachment – Il distacco di Tony Kaye. L’eclettico artista, reduce da quell’American History X che portava sullo schermo un disagio esistenziale sfociato in faide razziali, dirige ora un cast da Oscar in una pellicola che coglie con sguardo insolito un tema consueto. Nonostante si tratti di una problematica attuale, che coinvolge il panorama desolante in cui si ritrovano a vivere studenti costretti a combattere ogni giorno contro una realtà che sembra costantemente respingerli ai margini, difficilmente si riesce a delinearne un profilo lucido privo dei soliti schematismi, all’interno di un dibattito ormai divenuto sterile. Le prospettive di riuscire a coinvolgere ragazzi brufolosi nel pieno dell’irriverenza adolescenziale, induriti da dinamiche familiari spesso lugubri, sono ogni giorno più lontane.

Henry Barthes è un supplente costretto a viaggiare e spostarsi di stato in stato, inseguendo lavori temporanei che lo portano ad entrare nelle vite di ragazzi per la maggior parte difficili da gestire. Il passato che affiora a sprazzi dall’alone tenebroso che lo circonda conduce lo spettatore in un recesso di memorie d’angoscia. Il distacco è quello che serve per condurre una vita serena solo in superficie, lasciando al fondo del letto d’acqua ciottoli appuntiti che deviano impercettibilmente il flusso costante che li sovrasta. Interviste a ipotetici professori infrangono il corso lineare della narrazione e la tenda liminare che separa il buio della sala dall’illusione sullo schermo si frantuma tutte le volte che Henry sembra interpellare il pubblico, chiamando in causa il mondo che respira oltre la cornice del quadro. La tragedia privata che scuote la calma apparente di Henry affiora con tutta la sua forza nei momenti in cui la bandiera del distacco non riesce a fornire la necessaria protezione. Un’intera maschera crolla. È in situazioni come queste, quando le gambe tremano sotto un fardello che emerge dagli strati più profondi della coscienza, che Henry incontra Erica. La disperazione a stento trattenuta da linee sbiadite di rimmel incrostato. La prostituta adolescente, dagli occhi gonfi di lacrime, si installa in casa sua improvvisando una recita grottesca di mogliettina attenta e premurosa, prima che i servizi sociali distruggano tutti i sogni infantili di un inevitabile innamoramento da transfert. Lentamente viene a rompersi quella soglia di confine tra Henry e il mondo esterno, la distanza si azzera in uno schianto travolgente che lascia emergere antichi conflitti irrisolti. L’irreparabile non può più essere evitato. Spinto da un bisogno disperato, Henry finisce per aderire al ruolo tanto osteggiato di protettore dei deboli, più per un’urgenza interiore di riscatto dal senso di colpa che in risposta ad una vena di puro altruismo. Molti ragazzi intravedono una seconda possibilità, qualcuno soccombe, ma nessuno resta inerme davanti al fascino spigoloso di Henry, caricato di sfumature di rara intensità che solo la poliedricità di un attore come Brody riesce a fornire, nella delineazione di un personaggio che ancora intravede quella passione iniziale, difesa duramente contro un cinismo dilagante. Di particolare rilievo l’interpretazione di Lucy Liu, capace di un ritratto drammatico degno di nota, convincente nonostante l’economia dell’impiego.

Dopo un giro di rimbalzo a una catena di festival – tra cui il Tribeca Film Festival, il Woodstock Film Festival e il Tokio International Film Festival – e la conquista di svariati premi, Tony Kaye riesce ancora una volta a proporre un quadro sociologico delle piaghe che affliggono il tessuto sociale contemporaneo, realizzando una pellicola che mescola il crudo realismo proprio del documentario alla drammatizzazione del grande schermo per dipingere il declino di un intero nucleo di valori. In una cornice che regala attimi di pura poesia, si sente il boato del crollo che investe la casa degli Usher. Nel disagio esistenziale di un mondo metropolitano votato alla serializzazione e all’isolamento, resta in piedi un uomo senza volto in una stanza vuota.

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