Visioni

Rock of Ages

Regia: Adam Shankman
Soggetto: basato sul musical Rock of Ages
Sceneggiatura: Justin Theroux, Chris D’Arienzo, Allan Loeb
Cast: Julianne Hough, Diego Boneta, Tom Cruise, Russell Brand, Malin Akerman, Alec Baldwin, Catherine Zeta-Jones, Paul Giamatti, Bryan Cranston, Will Forte
Fotografia: Bojan Bazelli
Montaggio: Emma C. Hickox
Scenografia: Jon Hutman
Costumi: Rita Ryack
Musiche: Peer Astrom, Adam Andres
Suono: Cary Weitz, John A. Larsen
Produzione: Offspring Entertainment, Corner Store Entertainment, Maguire Entertainment, New Line Cinema
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Nazionalità ed anno: USA, 2012
Durata: 123 minuti
Data di uscita: mercoledì 20 giugno 2012
Sito ufficiale

Da Broadway a Hollywood, come tanti suoi predecessori. Questa la sorte toccata a Rock of Ages, fortunato musical newyorkese che approda in questi giorni nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Los Angeles, 1987: Sherrie arriva dalla periferia americana nella grande città con la volontà di diventare una star del rock. Nel locale di live rock più importante della città, il Bourbon Room, conoscerà Drew, anche lui aspirante rockstar. I due, servendo come camerieri nel noto locale, alla fine sul prestigioso palco, come star, ci saliranno, ma la strada è lunga e tortuosa, zeppa di insidie, fraintendimenti, strani incontri e cinismo, per un mondo meno roseo e semplice rispetto a quanto i due si immaginavano. Mentre il rock sembra sulla via del tramonto sostituito dal plasticoso pop degli anni ’90, la bigotta Los Angeles darà del filo da torcere a chi, come Sherrie e Drew, non vuole far tramontare il rock n’ roll.

Con tutta probabilità il musical è il genere cinematografico più longevo della storia del cinema. Inaugurato l’indomani dell’avvento del sonoro, dalla fine degli anni ’20 il genere di Jesus Christ Superstar non conosce interruzioni che non vadano oltre le fisiologiche battute d’arresto che ciclicamente capitano persino al più rodato fra i generi. Western, fantascienza, horror: tutti sono più recenti o hanno avuto una parabola meno lunga e più incidentata del musical, che non conosce austerità o crisi d’idee. Proprio lui, quello che tecnicamente avrebbe dovuto avere più problemi con l’aumentata richiesta di verosimiglianza da parte del pubblico (si parla pur sempre di un genere dove i protagonisti, sistematicamente, iniziano a cantare in situazioni non plausibili). Eppure no: il musical non solo ha accettato la sfida di una nuova epoca di aumentata verosimiglianza, ma pare avere tutte le credenziali per ridisegnare nuove coordinate dell’intrattenimento musicale sui 24 fotogrammi al secondo.

Esempi di una ritrovata freschezza si hanno dalle serie televisive statunitensi, che in questo decennio di crisi filmica stanno dettando i tempi e le mode del loro fratellastro di celluloide. Glee e Smash sono solo gli ultimi due clamorosi esempi di come il musical non solo sia ancora in voga, ma soprattutto di come questo prodotto tradizionalista sia riuscito a tenere il passo ad un mercato audiovisivo in continua evoluzione.

Rock of Ages è la felice congiuntura degli indizi finora enucleati, figlio di una sapienza e consapevolezza cinematografica che spinge il film di Adam Shankman ben oltre il semplice prodotto di intrattenimento. Difatti il lungometraggio è la riprova che una corretta conoscenza dei modelli cinematografici di riferimento intrecciati con quanto accade a loro intorno può innalzare un’opera sulla carta modesta a pietra di paragone di tutto quello fatto fino a quel momento. Rock of Ages è la felice sintesi filmica del musical contemporaneo, a metà strada fra il serio e il faceto, il un delicato equilibrio fra l’apologia di un genere e la sua nemesi, fra un commiato e una ripartenza. L’opera infatti è tutta giocata sull’ironia meta-cinematografica, che svicolando la risata fine a se stessa prende in giro soprattutto il genere cinematografico a cui si ascrive. Rock of Ages è la parodia del musical, di cui la trascinante ironia che contagia lo spettatore si fonda su sistematici ricorsi al trash, al surreale, al ridicolo e all’accumulo di cliché a cui neppure i protagonisti credono più. Questa consapevolezza disincantata è l’architrave su cui si basa l’opera, che nel suo non credere più al musical ne celebra al contempo il trionfo. Di più: nel suo essere una derisione programmatica di una certa maniera di intendere il musical contemporaneamente ne esalta la stessa desueta struttura (su tutte la trama di lui e lei: un sogno da afferrare e una storia d’amore da coronare). Un musical divertente e sapiente, che fa finta di non prendersi sul serio, perfetto in ogni suo ingranaggio, spietato e inarrestabile col suo fare da “cinema-nostalgia” in verità profondamente impiantato nel presente. E con un Tom Cruise “Stacy Jaxx” che da solo vale metà del prezzo del biglietto.

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