Visioni

Il dittatore

Titolo originale: The Dictator
Regia: Larry Charles
Soggetto e sceneggiatura: Sacha Baron Cohen, Alec Berg, David Mandel, Jeff Schaffer
Cast: Sacha Baron Cohen, Sir Ben Kingsley, Anna Faris, John C. Reilly, Sayed Badreya, Jason Mantzoukas
Fotografia: Lawrence Sher
Montaggio: Greg Hayden, Eric Kissack
Scenografia: Victor Kempster
Costumi: Jeffrey Kurland
Musiche: Erran Baron Cohen
Suono: Andrew DeCristofaro
Produzione: Four by Two Films, Kanzaman
Distribuzione: Universal Pictures
Nazionalità ed anno: USA, 2012
Durata: 84 minuti
Data di uscita: venerdì 15 giugno 2012
Sito ufficiale

Partendo da uova e galline ci si potrebbe chiedere se sia il potere a rendere folli o se siano solamente i pazzi a perseguire ed ottenere il controllo assoluto del proprio Paese e della vita dei suoi abitanti. Un cortocircuito schizoide irrisolvibile che porta alle materializzazioni più grottesche: Gheddafi, con le sue amazzoni e i suoi orologi d’oro;  Nyýazow, che in Turkmenistan cambia il termine per indicare il pane in onore di quello della madre e per la quale conia anche il nuovo nome del mese di Aprile – riservando però per sé Gennaio; o ancora Kim Jong-Il, autore del saggio “Sull’arte del cinema” e fan sfegatato della settima arte tanto da aver raccolto più di 20mila titoli – i preferiti: Rambo, Venerdì 13 e Godzilla – e fatto rapire un regista sudcoreano e consorte per avviare un Nuovo Cinema Nazionale. Ma se poter vietare tutti i cani dalla capitale del proprio paese per antipatia personale è un’indubbia manifestazione di potere assoluto, allo stesso tempo è proprio in queste idiosincrasie patologiche che si trova il limite di queste figure, ridicole prima che tragiche, patetiche prima che spietate. Ecco così Hitler giocare a pallavolo con il mondo, e sullo stesso solco tracciato da Chaplin più di mezzo secolo fa Sacha Baron Cohen fa muovere il suo ridicolo, stupido, infantile e mentecatto dittatore africano di Wadiya, il Generale Haffaz Aladeen, sostituendo alla poesia del grande Charlot la sua cifra demenziale e satirica, che in questo Il dittatore assume la forma più scorretta di sempre.

Alla prova con il suo primo film narrativo Baron Cohen recupera regista e co-sceneggiatori delle due opere precedenti (Borat e Brüno) e realizza con la squadra il suo lavoro più maturo e convincente, in cui la demenzialità tipica dell’autore funge da grimaldello per veicolare una carica di satira intelligente ed esplosiva. Maestro del grottesco e dell’improvvisazione comica, il dittatore Baron Cohen è ancora una volta un outsider, un corpo estraneo che vaga nel tessuto dell’America palesandone le assurdità grazie al suo sguardo esogeno. Costretto a presentarsi alla corte dell’ONU per giustificare il proprio programma nucleare, il Generale Haffaz Aladeen viene infatti rapito a New York pochi giorni prima del suo discorso, vittima di un complotto del suo vice Tamir (un Ben Kingsley che ancora una volta dimostra quanto si divertirebbe se gli lasciassero fare più ruoli comici). Aladeen sfugge fortunosamente al suo assassino ma non è incolume; ha infatti perso la sua lunga e folta barba, simbolo di un potere privo di qualità innate e totalmente figlio del riconoscimento esterno. Senza il suo segno distintivo Aladeen non è nessuno, e vaga spaesato per le strade di Manhattan fino a che verrà accolto dall’ingenua Zoey (Anna Faris, l’eroina dei vari Scary Movie), attivista che suo malgrado lo aiuterà a riprendere il potere e a impedire che lo stato di Wadiya diventi una democrazia.

Pur essendo un film di satira politica Il dittatore non dice e racconta nulla che politicamente non si sappia già, palesando per di più il suo messaggio critico in un piccolo “spiegone” finale. Nonostante ciò il meccanismo è comunque sovversivo e funziona splendidamente per due motivi. Il primo è la cifra stilistica del suo autore, quella demenzialità gretta, fisica e spesso volgare, affiancata qui ad una totale assenza di limiti politicamente corretti; il ricorso agli strumenti bassi (ma sempre intelligenti nella loro genesi grottesca) permette infatti a Baron Cohen di veicolare messaggi semplici con efficacia estrema, colpendo vastissime fasce di pubblico inconsapevoli della propria esposizione. Il dittatore non è la commedia sofistica che dice intellettualmente e a pochi le cose che quei pochi già sanno, bensì è un manifesto nazional-popolare di irriverenza e satira politica. Il secondo aspetto che nobilita l’operazione è il fatto che gli autori del film siano riusciti a partire da Aladeen per muoversi in due direzioni divergenti, demolendo nel ridicolo sia le figure dittatoriali di oggi sia coloro che ne sfruttano l’immagine demoniaca per portare avanti i propri interessi. Al centro del bersaglio c’è tutto quel sistema mediatico costituito tanto dai centri di controllo quanto dalle persone qualunque, quel meccanismo (ci verrebbe da dire con Foucault microfisico) di terrore che alimenta dittatori e terroristi fornendo potere a loro e a chi li combatte.

Non possiamo chiudere però senza sottolineare ciò che giustifica e valorizza il discorso fatto sinora: Il dittatore è dannatamente, visceralmente divertente. Dotato di tempi comici davvero perfetti, grande ricorso all’improvvisazione e un’infinità di soluzioni esilaranti, il film offre soprattutto un lavoro sulla lingua irresistibile, e per questo – senza velleità intellettualoidi – sottolineiamo l’importanza di reperirlo in versione originale, anche perché da quel poco che si può dedurre dai trailer nostrani in circolazione diverse battute sono state radicalmente modificate e alleggerite. Se poi decideste di correre comunque il rischio, fateci sapere se la frecciatina a Berlusconi con protagonista Megan Fox è rimasta al suo posto o è misteriosamente sparita.

Discussion

No comments yet.

Post a comment