Titolo originale: The Cabin in the Woods
Regia: Drew Goddard
Soggetto e sceneggiatura: Joss Whedon, Drew Goddard
Cast: Chris Hemsworth, Richard Jenkins, Kristen Connoly, Anna Hutchison, Fran Kranz, Jesse Williams, Bradley Whitford, Brian White, Amy Acker, Sigourney Weaver
Fotografia: Peter Deming
Montaggio: Lisa Lassek
Scenografia: Martin Whist
Costumi: Shawna Trpcic
Musiche: David Julyan
Suono: Dane A. Davis
Produzione: AFX Studios, Mutant Enemy, United Artists, Metro-Goldwyn-Mayer
Distribuzione: M2 Pictures
Nazionalità ed anno: USA, 2011
Durata: 95 minuti
Data di uscita: venerdì 18 maggio 2012
Sito ufficiale
Prima di sfogliare il dizionario dei sinonimi e dei contrari, prendere la parola “fantastico” e iniziare a declinarne digitalmente tutti i parenti più stretti, ci sentiamo in dovere di aprire con un avviso inconsueto; avete già visto Quella casa nel bosco? Se la risposta è affermativa ci vediamo due righe più giù, altrimenti chiudete tutto, non leggete oltre né guardate altri trailer e fiondatevi al cinema. Colpi di scena e finali saranno enunciati senza pietà qui sotto, così da poter dire con chiarezza come e perché questo film sia uno degli horror più importanti degli ultimi anni. Si parte.
Parafrasando Stefano Benni possiamo affermare che la vita di un cinefilo amante del cinema di genere è un inferno di delusioni immeritate, specie se parliamo di horror; complici alcuni fattori ontologici – la sua facilità realizzativa rapportata all’estremo appeal sulle masse – il cinema di stampo orrorifico è infatti quello che ha subito maggiormente le derive del paradigma che definisce e guida oggi la produzione industriale hollywoodiana, un parossistico postmodernismo appiattito e al contempo pompato nei suoi caratteri più superficiali. Dell’archetipo definitosi a partire dagli anni ’80 rimangono oggi quasi solo gli aspetti che la dimensione industriale del cinema ha reputato funzionali alla propria produzione da catena di montaggio, le cui materie prime sono sempre più de-realizzate nella loro perdita di contesto e autonomia significante. Fortunatamente sono alcuni anni che il sistema commerciale offre dei primi segni di ripresa – a partire dal cinema di Nolan, l’unico oggi assieme a Cameron capace di realizzare con continuità blockbuster che non sacrifichino la realtà sull’altare del successo commerciale – ma resta il fatto che il cinema horror è rimasto esattamente dove è stato lasciato anni fa, e le uniche vere scosse sono quasi sempre esterne al sistema hollywoodiano (pensiamo principalmente al cinema spagnolo e orientale).
E’ proprio a partire da questa situazione che nasce Quella casa nel bosco, un’opera capitale nel suo intento di messa in ridicolo e conseguente seppellimento del paradigma postmoderno. Whedon e Goddard infatti si rivelano non solo osservatori estremamente acuti della materia trattata – sul primo, specie dopo The Avengers, non c’erano molti dubbi; Goddard invece aveva già fatto presagire con la scrittura di Cloverfield una consapevolezza non comune, alla quale qui affianca una capacità registica di tutto rispetto – ma anche autori intenzionati a mettere in scena uno spietato atto d’accusa finalizzato al superamento di una situazione ormai stantia. E’ questa dimensione accusatoria e propositiva, assieme ad una tenuta narrativa fenomenale, a distaccare Quella casa nel bosco da un’operazione apparentemente simile come Scream, saga che pur partendo da pari consapevolezza si perde dentro un’eterna mise en abyme che mal nasconde – specie col proseguire degli episodi – aridità concettuale e vuoto creativo. Il film di Goddard-Whedon invece ha il pregio di funzionare meravigliosamente a livello narrativo oltre che simbolico, mettendo a segno un doppio attacco al sistema di rara ingegnosità; nel suo giocare portandoli all’estremo con i vari assiomi dell’horror contemporaneo di stampo industriale, il film sorprende e diverte lo spettatore, che ignaro di tutto non potrà che esser travolto successivamente dalle svolte narrative inaspettate e cariche di potenza visiva. Prima ancora del simbolo, Quella casa nel bosco dimostra così già a livello narratologico come sia ancora possibile creare qualcosa di nuovo, pur usando pezzi e strumenti preesistenti.
Il film però ricava la sua marcia in più dalla rappresentazione meta-cinematografica che offre del cinema stesso, incarnato dal complesso dispositivo magico contenente sogni e desideri e paure che il sistema manipola ed incastra per creare storie; i due addetti Sitterson e Hadley del resto altro non sono che gli aiuti del regista, quella Sigourney Weaver che non a caso interpreta un personaggio definito semplicemente come The Director. Il sistema creato per tenere buoni i Grandi Antichi – citazione lovecraftiana estremamente significante nel suo collegarsi al cuore della tradizione letteraria americana, nella quale l’orrore e la sofferenza esistenziale erano i pilastri di una narrazione fantascientificamente reale – altro non è che la macchina cinema, ingolfata e mutilata nelle sue potenzialità mitopoietiche da un pubblico mostruoso rigidamente dipendente da assiomi reiterati e superficiali. La furia dei Grandi Antichi, rappresentata da una mano umanoide, è la nostra furia, o meglio quella di un pubblico anestetizzato e lobotomizzato che vuole sempre la stessa cosa, ripetuta ciclicamente all’infinito; è il pubblico postmoderno, pronto a far collassare l’intero sistema industriale nel momento in cui la macchina dovesse produrre delle storie reali, nuove e originali, piuttosto che il prodotto standardizzato. Quella casa nel bosco è quindi un’aspra autocritica tanto al sistema produttivo americano – ironicamente rappresentato come il migliore nell’offrire sacrifici rigorosamente invariati e puntuali – quanto al suo pubblico da cui esso, alla fin fine, dipende. E’ per questo che si viene trascinati da un moto di gioia nella mostruosa esplosione del pre-finale, in quel contrappasso eversivo con il quale è la macchina stessa, attraverso i suoi ingranaggi, a liberarsi in un’eruzione di possibilità di coloro che per la loro sopravvivenza ne incatenavano il potere.


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