Tra i tanti termini infelici usati in questo mestiere, quello di riduzione cinematografica è certamente uno dei peggiori. E’ infatti più di un secolo che letteratura e cinema flirtano sfacciatamente, e ormai sarebbe anche ora di abbandonare una terminologia che mal rappresenta questo rapporto, per quanto spesso conflittuale sia. Realtà linguistiche diverse mosse da esigenze diverse, testo filmico e letterario possono convivere nelle più svariate forme, e poco senso ha recriminare a priori la non fedeltà, il non pieno rispetto dell’opera originaria, la mancanza di questo o quell’elemento. A meno che, certo, tale sottrazione non conduca ad una trasfigurazione bensì ad una vera, effettiva, riduzione, ad una versione minore e in scala capace di riportare solo pallidi riflessi della complessità genitoriale. E’ questo in poche parole il rischio dell’adattamento HBO delle Cronache del ghiaccio e del fuoco; non mancare la piena soddisfazione dei fan o la traduzione esatta di ogni passaggio – entrambi obiettivi non solo impossibili, ma sbagliati da pretendere –, bensì far sì che Game of Thrones si limiti ad essere un succinto riassunto del suo originale, pallido riflesso che si accontenti di trasportare gli eventi forti e i colpi di scena della narrazione accantonando al contempo l’illustrazione di quel mondo corale dal quale tali svolte nascono e nel quale trovano la loro profonda giustificazione.
Già al tempo del suo esordio Game of Thrones era stata mal vista da più parti, scarsa era la fiducia che si potesse effettivamente contenere il mondo creato da Martin in uno show televisivo, per quanto figlio della nuova serialità contemporanea e targato HBO. David Benioff e D. B. Weiss hanno invece dimostrato non solo la fattibilità del progetto, ma anche il fatto che lo si potesse fare alla grande. La prima stagione infatti ha francamente ben pochi difetti e non può che investire lo spettatore – lettore o meno – con la propria potenza; certo non sono mancati alcuni scivoloni ma nessuno di essi era strutturale, la costruzione reggeva benissimo. I nuovi tempi narrativi a cui siamo abituati oggi in televisione si sono rivelati assolutamente sufficienti a trasmettere la complessità corale della narrazione, grazie ad un uso consapevole del mezzo televisivo e ad un primario, gigantesco talento di scrittura. Per tutti questi motivi aspettare la seconda stagione è stata un’attesa pesante, aggravata dalla consapevolezza che la sfida sarebbe stata questa volta maggiore; se il primo libro delle Cronache è infatti già molto complesso di suo, esso appare in realtà come una favoletta da bambini al confronto con l’intrecciarsi dei successivi, a partire dal secondo A Clash of Kings. Con il medesimo numero di episodi si sarebbe dovuto raccontare un forte complicarsi della vicenda, introdurre nuovi personaggi e approfondire i vecchi, una sfida che ad oggi – con sei episodi andati in onda – non è stata purtroppo vinta come in precedenza.
Iniziata un mese e mezzo fa, la seconda stagione di Game of Thrones ha goduto di un fortissimo incremento degli ascolti; fin dalla premiere i telespettatori della prima messa in onda si sono attestati su cifre sempre superiori ai 3.5 milioni, di gran lunga superiori al picco massimo della stagione precedente, i 3 milioni del finale. Un risultato che non stupisce dato che, tocca sottolinearlo, la tenuta artistica della serie rimane estremamente elevata; messa in scena e regia si mantengono tra le migliori mai viste in televisione, mentre quasi tutti gli attori – tra cui sicuramente tutte le new entry – sono estremamente adeguati, aiutati da una scrittura che raramente sbaglia una scena. Del resto alla scrivania troviamo come l’anno scorso quasi sempre la coppia Benioff-Weiss, al quale si affianca come da tradizione Martin per una sola puntata; la prescelta di quest’anno sarà, com’era prevedibile, Blackwater, evento cardine della stagione non a caso affidato alla regia cinematografica di Neil Marshall (l’incremento del budget annuale del 15% è stato quasi unicamente impiegato per gestire questo fondamentale ed attesissimo passaggio).
Per capire il carattere riduttivo di cui ha in parte sofferto l’adattamento in questa prima metà di stagione possiamo confrontare velocemente quattro storyline: Theon, Arya, Tyrion e Davos. Il traditore di casa Greyjoy è sicuramente uno dei personaggi chiave del secondo libro, autore di alcuni degli atti più odiati dai fan, ma è anche esempio di come gli autori siano capaci di dare una tridimensionalità inedita ad un personaggio poco approfondito nel mondo cartaceo, con pochi, semplici atti. Bastano infatti alcuni sguardi ben diretti, la splendida scena della lettera scritta per Robb e poi bruciata o lo scontro con il padre – tutte aggiunte rispetto al libro – a tratteggiare il carattere di un personaggio complesso e affascinante. Arya invece è colei che ha subìto alcuni dei tagli maggiori; il suo pellegrinaggio letterario nelle terre dei fiumi è estremamente più sofferto, ma qui siamo nel caso in cui tagli e aggiustamenti risultano assolutamente funzionali alla tenuta della narrazione e del suo ritmo. Parti sono rimosse chirurgicamente, lembi sono ricuciti, ma il tessuto tiene estremamente bene. Le cose si fanno invece meno felici con i nostri due ultimi nomi, Tyrion e Davos; il primo infatti è il protagonista indiscusso del secondo libro, mentre il secondo è forse il personaggio più bello introdotto ivi da Martin, ma entrambi perdono indubbiamente qualcosa, troppo. Con Tyrion se ne va quasi tutto lo spessore del suo gioco politico, l’intelligenza e la scaltrezza di quei piani militari e strategie che sono le fondamenta dei futuri colpi di scena; d’altro canto Davos viene solo conosciuto di sfuggita dallo spettatore televisivo, mentre il suo personaggio è lo sguardo sofferto e pesante che il lettore ha su Stannis per tutta la narrazione presente e futura. Sono in poche parole i personaggi le vittime di queste prime puntate, il cui approfondimento viene schiacciato da un rincorrersi degli eventi forzatamente accelerato per far sì che tutto possa esser rappresentato in dieci episodi; a questa esplorazione in parte monca aggiungiamo poi come si sia persa totalmente di vista la strategia militare complessiva, mancanza evidente nella smaterializzazione degli eventi e dei luoghi dei quali lo spettatore non riesce ad avere quasi mai autentica percezione geografica; un limite per certi aspetti stupido dato che per arginarlo sarebbe bastato inquadrare un paio di mappe ad episodio. In questo modo si fa la beffa al personaggio più importante di tutti, Westeros stesso.
Un risultato inferiore alle aspettative quindi, o meglio troppo coincidente con esse se pensiamo al timore di veder rappresentato tutto il secondo libro in soli dieci episodi. A questo punto non stupisce la notizia che la terza stagione andrà a coprire solo la prima metà del successivo A Storm of Swords, mostro di complessità e lunghezza che ha obbligato ad una svolta che francamente sentivamo necessaria da prima. Non è nel manico il problema di Game of Thrones, ma solo nel suo scarso minutaggio. Detto questo però mettetevi comodi, scaldate i popcorn e accendete il televisore, sta arrivando Blackwater.

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