Titolo originale: Chronicle
Regia: Josh Trank
Soggetto: Max Landis, Josh Trank
Sceneggiatura: Max Landis
Cast: Dane DeHaan, Michael B. Jordan, Alex Russell, Michael Kelly, Ashley Hinshaw, Anna Wood, Joe Vaz, Bo Petersen
Fotografia: Matthew Jensen
Montaggio: Elliot Greenberg
Scenografia: Stephen Altman
Costumi: Dianna Cilliers
Musiche: Andrea Von Foerster
Suono: Tim Walstone
Produzione: Davis Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox
Nazionalità ed anno: USA 2012
Durata: 83 minuti
Data di uscita: mercoledì 9 maggio 2012
Sito ufficiale
Galeotto fu Stan Lee per aver detto: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”!
Perché metti caso che dei poteri straordinari ti piovano letteralmente dal cielo ma tu di prenderti qualsiasi responsabilità non ne hai la benché minima voglia; in quel caso che succede? Un disastro. E’ pressappoco questa la vicenda narrata in Chronicle, sorprendente esordio dietro la macchina da presa di Josh Trank scritto da Max Landis, il quale deve avere evidentemente assorbito una buona dose di creatività dal suo geniale papà, l’immenso regista di The Blues Brothers e Una poltrona per due.
Ormai è chiaro che il film di supereroi – il cosiddetto cinecomic o comic book movie che dir si voglia – si possa considerare a buon diritto un genere cinematografico vero e proprio, con tanto di relative declinazioni e sottogeneri e spesso capace di produrre immaginari squisitamente filmici slegati da qualunque referente cartaceo. Se già i due Superman di Donner e i due Batman di Burton avevano contribuito a delineare una prima forbice metodologica nell’approccio alla materia (la commedia sofisticata scelta per i primi, il racconto gotico per i secondi) il comic book movie si è evoluto negli anni per poi estendersi fino a toccare e inglobare praticamente qualsiasi genere, contaminandoli – nel migliore dei casi – con le proprie regole interne o soccombendo miseramente sotto l’ingombro del “genere madre”. Ce n’è davvero per tutti i gusti: l’ibridazione con l’horror e il b-movie d’ispirazione anni ’40 di Ghost Rider; il fantasy supereroico dei due splendidi Hellboy di Del Toro; il thiller-noir dei Batman di Nolan; l’action dell’Hulk di Leterrier; la fantascienza politica del Watchmen snyderiano fino ad arrivare alla forma più pura e sincretica di comic book movies incarnata dagli Spiderman di Raimi e da Sin City e The Spirit di Frank Miller. Oltre agli strafalcioni (rappresentati prevalentemente da sciocche commedie demenziali “in costume” come Thor, Lanterna Verde o Iron Man 2) abbiamo potuto assistere anche alla nascita del “supereroe cinematografico” nato direttamente per il grande schermo (Hancock, Push), alla sua declinazione indie (Kick-Ass, Super, Griff The Invisible, Scott Pilgrim VS The World) fino alla nascita dell’ambiziosa continuity edificata dai Marvel Studios. In questo campionario di generi non poteva mancarne uno nato di recente, ovvero quel first person movie, anche chiamato handycam movie, la cui origine viene generalmente ricondotta a The Blair Witch Project. Si tratta di un linguaggio vicino a quello del mockumentary – oggi molto utilizzato nell’horror (Rec e Rec2, la saga di Paranormal Activity, Diary of the Dead di Romero) o nella sci-fi (Cloverfield), e che di recente ha colonizzato anche il mondo della serialità statunitense (The River) – ed è basato su di un effetto di iperrealismo illusionista ottenuto per mezzo di un estetica sporca, para-documentaristica, (fintamente) low-fi, abbondantemente metalinguistica e figlia dell’era digitale in cui chiunque può facilmente dotarsi di un sistema di ripresa. La necessità di filmare a qualunque costo è non a caso una delle nevrosi più contemporanee, malattia moderna che ogni giorno porta migliaia di persone a riempire Youtube e i vari social network con vagonate di video inutili e/o imbarazzanti e che spesso sfocia nella pornografia nel suo senso più ampio.
Chronicle (che non a caso si traduce con “cronaca” nel senso più giornalistico del termine) – come molti film appartenenti al genere appena descritto – parte inconsciamente da qui: dalla realizzazione/distruzione del sogno e dell’utopia di Dziga Vertov o Jean Epstein, due visionari che nella prima metà del ‘900 auspicavano la nascita di “piccole macchine da presa ultraleggere” in grado di insinuarsi ovunque senza mai smettere di registrare “la realtà”. In questo caso la camèra-stylò prefigurata da un altro pensatore pre-digitale, Alexander Astruc, non assurge a punto di arrivo di un processo di liberazione dello sguardo, ma diventa piuttosto l’emblema dello sprofondamento del corpo nel regime dei simulacri.
E’ in un suburb statunitense grigio e cupo, pregno di reminiscenze gusvansantiane, che Trank e Landis collocano i loro supereroi dotati di handycam: tre ragazzi che sembrano inizialmente usciti fuori da un qualsiasi American Pie e che di eroico non hanno proprio nulla, anzi. Il film inizia, si struttura e si conclude proprio sul motivo dell’ossessione: una necessità compulsiva e maniacale del personaggio principale (colui che veicola il nostro sguardo) che lo spinge a filmare ogni istante della sua vita, offrendo così al pubblico un escamotage narrativo che giustifica in parte, e fa sopportare meglio, la scelta di una simile messa in scena.
Dopo aver toccato un misterioso cristallo, i tre ragazzi protagonisti diventano potenti telecinetici; ma mentre due di loro si limitano a usare i loro nuovi poteri per fare scherzi alla gente e a divertisti, il giovane Andrew capisce che ciò che gli è capitato potrebbe rappresentare la svolta che attendeva da sempre. Infatti Andrew non ha amici, ha un padre alcolizzato e violento, una madre gravemente malata, non ha mai sperimentato le gioie del sesso e da troppo tempo cova dentro di se un malessere minaccioso e corrosivo, una rabbia pronta ad esplodere da un momento all’altro. I poteri fanno da miccia. Da timido ragazzo solitario, debole ed introverso, Andrew soccomberà al disagio esistenziale che gli ha consumato l’anima, trasformandosi in un novello Magneto autodefinendosi un “superpredatore”, un essere superiore, un eletto destinato a dominare le deboli masse.
E’ così, grazie ad un efficace sinergia tra regia e scrittura, che in Chronicle si incontrano alcuni degli stilemi tipici del comic book movie (l’origine dei poteri, la rivalsa del nerd sui bulli, un trauma fondativo, lo scontro tra quelli che un tempo erano amici) e l’estetica ipercinetica del first person movie, dando vita ad un crescendo irresistibile che convince fino al tragico climax finale. Una bella sorpresa adatta per dimenticare le tante brutture da cinepanettone di cui sono farciti i film targati Marvel Studios.


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