Arti visive

Trieste / Federica Schiavo Gallery

La parola “Trieste” evoca immediatamente l’omonima città portuale del Friuli-Venezia Giulia, importante snodo commerciale e marittimo al confine con la Slovenia, che ha dato i natali a grandi scrittori come Umberto Saba e Italo Svevo. Trieste era anche il nome del batiscafo che nel 1960 raggiunse il punto più profondo della Terra, la fossa delle Marianne nell’Oceano Pacifico, stabilendo un record di immersione replicato solo nel 2012 dal regista James Cameron. Trieste tuttavia non è solo questo. Secondo Jan Morris, autrice di Trieste and the Meaning of Nowhere del 2001, questa città è l’emblema di un “nessun luogo” ideale, in bilico tra l’ignoto e il conosciuto: “Per me Trieste è un’allegoria del limbo, nell’accezione laica di uno iato indefinibile”. È proprio quest’ultima definizione che svela il motivo del richiamo alla città adriatica per il titolo dell’ultima mostra allestita fino al 26 maggio alla Federica Schiavo Gallery. Trieste è una collettiva che raccoglie i lavori inediti di una serie di artisti americani, legati fra loro da una conoscenza personale e da rapporti di amicizia, che hanno deciso di assumere, come punto di partenza comune, la riflessione su quella forza incontrollabile che spinge l’uomo a indagare il mistero, a superare i limiti del conosciuto per varcare la soglia dell’impossibile. Matthew Day Jackson, Jessica Jackson Hutchins, Jay Heikes, Karthik Pandian e Erin Shirreff sono uniti nella decisione di oltrepassare le colonne d’Ercole, ma ciascuno conduce la ricerca a modo suo. Il risultato è un’esposizione che si compone di lavori dalla natura elusiva ed ambigua, molto diversi fra loro, sia per le tecniche che per i materiali utilizzati.

Nella prima sala sono ospitate le sculture in carbone e gesso pigmentato a forma di casse vuote di Erin Shirreff, insieme con Niagara Fall e Lemon Tears di Jay Heikes, due pannelli in carta e alluminio ricoperti da inchiostro e pigmenti secchi di colore. Le opere di entrambi gli artisti sono collocate in un ambiente anonimo, privando lo spettatore di qualsiasi elemento che ne chiarisca il contesto spaziale e temporale. Sono antichi reperti ritrovati oppure oggetti appena realizzati? Il senso di incertezza prosegue anche nella seconda sala con i lavori di Jessica Jackson Hutchins. Pirate and putti è una sorta di collage tridimensionale su tela a cui corrisponde Free, altro collage realizzato con diversi materiali – cartapesta, tessuto, acrilico –, di fronte al quale, sul pavimento, è stato posto un vaso smaltato poggiato su una vecchia sedia senza gambe. Sulla parete della terza e ultima sala è esposto Dymaxion Map Remix (after Jay Heikes) di Matthew Day Jackson, stampa ad olio del planisfero terrestre su supporto in acciaio Corten fatto arrugginire. Sempre nello stesso ambiente si trova Broken Claw (Mare Nostrum) di Karthik Pandian, installazione formata da un parallelepido rosato e quadrettato che fa da base per una scultura in bronzo dall’aspetto indefinibile – una chela? – su cui sono incise le parole “Mare Nostrum”.

Nonostante l’aspetto eterogeneo delle opere in mostra, ad una prima occhiata tutte appaiono come manufatti dall’aspetto familiare, appartenenti alla categorie delle cose che già conosciamo. Ad esempio le sculture di Erin Shirreff ci ricordano delle cassette metalliche o di legno, Pirate and Putti di Jessica Jackson Hutchins pare raffigurare una spiaggia vista dall’alto, il lavoro di Matthew Day Jackson elabora qualcosa che siamo abituati a vedere sin da bambini. Ma la realtà è ovviamente più complessa. Quelle casse così familiari sembrano molto più vecchie di quanto dovrebbero essere, come se fossero dei reperti archeologici, e basta avvicinarsi per rendersi conto che la tela della Hutchins non vuole semplicemente rappresentare una spiaggia e che ci sono lettere e parole, nascoste dagli acrilici, che affiorano dal materiale cartaceo utilizzato per il collage. La stessa stampa ad olio della superficie terrestre di Matthew Day Jackson è realizzata su un pannello di acciaio la cui tonalità cambia con il passare del tempo grazie a determinate condizioni ambientali. In altre parole, i cinque artisti hanno realizzato delle opere che si collocano in parte nella nostra quotidianità, ma allo stesso tempo rimandano ad un mondo dove tutto può essere diverso e sconosciuto. Questo luogo in bilico tra certezza e dubbio, tra familiare e ignoto è riconosciuto idealmente in Trieste, o meglio nell’idea della Morris di una Trieste “porto di mare per metà reale e per metà immaginato”.

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