“A me non sembrano poi così punk” mi dice nell’orecchio il mio collega, proprio un attimo prima che la chitarrista salga sulla grancassa della batteria, da dove sta per lanciare, lì in piedi vestita da scolaretta, un’ondata di riff dai decibel assordanti. E’ così, sulle note delle giapponesi Tadzio, un duo punk al femminile, che si chiude questa 14esima edizione del Far East, con un grido che più di rabbia suona di vittoria e di affermazione. “Ce l’abbiamo fatta anche quest’anno”, sembra urlare la chitarrista per tutto il festival, per Sabrina Baracetti, Thomas Bertacche e tutte le personalità, i professionisti e soprattutto i volontari che hanno reso possibile questo ritorno. Perché, dopo nove giorni densi di proiezioni, ospiti e sorprese, si chiude un festival che si era aperto con la negazione di una parola precisa, crisi, locuzione che nella sua sconfessione è comunque presente, pesante e invalidante specie per chi ne è vittima storicamente prioritaria – la cultura. La crisi c’è, ma come ha giustamente detto la direttrice del festival, chiudere il Far East per questo sarebbe l’applicarsi di prove tecniche di medioevo; chiudere il Far East per questo sarebbe azzittire una voce competente e preziosa, forte di coraggio e determinazione, diciamo noi. Dopo averlo osservato a distanza per diverso tempo, sono già due anni che Point Blank si reca ad Udine per la kermesse, andando a toccare con mano una realtà che negli anni si è dimostrata capace di svolgere un ruolo culturale che sentiamo sinceramente necessario, intimamente fondamentale; il cinema orientale nell’ultimo decennio è stato al centro di un vero e proprio moto di scoperta qui in Italia, un fenomeno che sicuramente assume i connotati della moda forse passeggera, ma che per alcuni, molti, è anche riscoperta dell’alterità e di un suo rapporto con essa, in un apprendimento relativizzante di cui il Far East Film Festival è stato senza dubbio uno dei motori principali. Almeno per chi ha occhi per vedere e cuore per capire.
Come dicevamo crisi è stata la prima parola pronunciata, ma a giudicare dai titoli presentati in concorso la sfida è stata vinta, tanto questi giorni sono stati popolati di film orientali di primissimo piano. Più che sui singoli titoli infatti la situazione ha influito sui generi complessivi che hanno animato questa edizione: spariti gli horror, ridotti al minimo sindacale gli action, a dominare sono state soprattutto le commedie, la cui buona qualità generale ha però permesso di bilanciare quasi sempre necessità economiche e spettatoriali. Certo non sono mancati i film poco convincenti, del resto è fisiologico, ma per lo scopritore di cinema il bello del Far East è il suo ruolo di indagine antropologica, l’occasione in cui scoprire non (solo) i grandi autori orientali ma le modalità commerciali e produttive che animano mercati enormi e lontani. E’ per questo che siamo grati al festival per averci mostrato titoli importanti come Warriors of the Rainbow e You Are the Apple of My Eye – rispettivamente il film taiwanese più costoso della storia del paese e il suo maggior successo ai botteghini –, Sunny e Punch – primo e terzo maggior successo del cinema coreano 2011 – o i cinque corti hongkonghesi usciti da Festival Internazionale dei Cortometraggi Fresh Wave, presentati direttamente dal padrino Johnnie To. O ancora Thermae Romae, folle peplum giapponese basato sulle scienze termali e i viaggi temporali e girato per buona parte a Cinecittà. Oltre a questo non sono mancate poi presentazioni più coraggiose da parte del festival, che pur essendo costituzionalmente incentrato sul nazionalpopolare non dimentica mai – fortunatamente – le sue capacità e responsabilità di diffusione artistica, portando così in sala titoli sicuramente più difficili e coraggiosi, che rinunciano all’approccio popolare a favore di una tenuta artistica di maggior calibro. Uno su tutti, l’ottimo Song of Silence.
Con dieci titoli a testa, i paesi protagonisti di quest’edizione sono stati senza dubbio Hong Kong, Giappone e Corea del Sud, e se anche nei primi due abbiamo individuato titoli validi e interessanti (Vulgaria e Hard Romanticker su tutti, peccato non averli visti arrivare sul podio), è soprattutto il cinema coreano ad aver riservato le sorprese maggiori – ed esser uscito anche vincitore conquistando tre premi su cinque. La selezione del festival infatti ci ha portato non una serie di capolavori, ma film che testimoniano l’esistenza viva e fertile di una realtà cinematografica sempre più consapevole, capace di industrializzarsi e di impugnare con decisione pratiche narrative e di messa in scena internazionali adattandole comunque alla realtà locale. A nostro avviso l’esempio migliore di questa realtà lo ha offerto quello straordinario film bellico che si è rivelato The Front Line, splendida rappresentazione capace di trasmettere tutta la lacerante follia della storia particolare per giungere poi a quella universale; un film che richiama in alcune sue soluzioni il cinema hollywoodiano ma che ad esso dà in realtà una lezione di stile e impegno morale. Per questo non possiamo che essere grati al pubblico del Far East per aver permesso ad un’opera del genere di giungere sul podio, anche se solo al terzo posto. Per quanto riguarda gli altri vincitori sorprendono soprattutto il premio correlato a Mymovies (Thermae Romae) e il secondo posto del pubblico (One Mile Above). Possiamo infatti immaginare come il peplum – vuoi l’ambientazione latina, vuoi la delirante efficacia di tante soluzioni comiche, vuoi il carisma di Cinecittà e del genere – abbia un potere di presa sul pubblico, ma resta il fatto che verso la metà il film sbanda sensibilmente, prendendosi troppo sul serio e abbandonando il più familiare e sicuro terreno del grottesco; a nostro parere le commedie valide del festival son state altre, dalle coreane Sunny e Punch al cinese My Own Swordsman. Per quanto riguarda invece One Mile Above il suo è l’unico gradino del podio che sentiamo fortemente immeritato; il film è sicuramente una fotografia ben curata di splendidi luoghi, ma non viene mai legittimato dal viaggio che racconta, ridotto evidentemente a mera scusante per una rappresentazione spot di scorci da cartolina. Le uniche soluzioni più interessanti poi sono derivative di Into the Wild; possiamo giusto immaginare che tale familiarità assieme allo stimolo del nervo ottico abbiano fatto breccia nel pubblico. A vincere invece i due premi maggiori abbiamo avuto il film coreano di denuncia Silenced, che seguendo la vittoria precedente di Aftershock (edizione 2011), ha dimostrato come il pubblico votante del Far East sia particolarmente sensibile a temi e racconti dal carattere drammatico ma pur sempre ancorato alla realtà, anche quando questa è la peggiore immaginabile.
Detto questo non possiamo che concludere con l’augurio di rivederci tutti alla prossima edizione confidando nelle capacità e volontà dello staff organizzativo e nel cuore degli abitanti di Udine, i cui tanti volontari che abbiamo incontrato tutti i giorni permettono che questo evento continui a realizzarsi di anno in anno.

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