Far East 2012

Far East 2012 / “The Bounty” e “East Meets West 2011″

Le arti marziali, il grottesco, la comicità demenziale, il dramma in costume. Tutti ingredienti classici del cinema orientale che, come tali, anche in questa quattordicesima edizione hanno invaso la nostra percezione di cinematografie lontane. The Bounty e East Meets West 2011 sono altri due titoli che vanno a cementare  ulteriormente questa certezza.

Il primo è l’esordio alla regia di Fung Chih-chiang, hongkonghese dietro la cui penna si cela Shaolin Soccer, film che ha conosciuto discreto successo in sala anche in Italia, al quale seguì un passaggio televisivo. Con The Bounty però il regista tenta un’operazione completamente differente, cercando di porre al servizio del suo prodotto la vastissima conoscenza del gusto del suo pubblico, quello del suo paese, ammiccando in continuazione, cercando di spingere oltremodo sui punti deboli di una fascinazione che – come quella di ogni altro popolo – ama profondamente riconoscersi in determinati codici. Ne fuoriesce così un prodotto altamente ibrido, nel quale la commistione di generi, toni, tematiche e forme non riesce mai a trattenersi in un’ottica di coerenza, rompendo in continuazione gli argini che la portano nel totale disordine narrativo e stilistico.
Cho è uno spietato quanto bizzarro cacciatore di taglie, pronto a tutto pur di portare a termine i propri lavori. È in quest’ottica professionale che s’imbarca per un’isola a largo di Hong Kong, sulle tracce di Lee Kin-fai, fuggitivo che ha cercato nascondiglio nell’isola. Dall’hotel nel quale Cho prende alloggio, emergono tutta una serie di personaggi che andranno a far da contorno al confronto tra i protagonisti, tra un proprietario oltremodo invadente e sua figlia, sul cui rapporto aleggia il mistero. The Bounty è – o avrebbe voluto essere – la sintesi estrema di ciò che ha reso grande a livello internazionale il cinema di Hong Kong, ma finisce involontariamente per metterne in risalto il suo lato più kitsch, grossolano e ridondante. Persino Chapman To – che avremmo poi ammirato in Vulgaria nella sua versione più convincente – fatica a tenere in mano un personaggio troppo tronfio per apparire credibile.

East Meets West 2011 è un punto di vista diverso dello stesso panorama. Un film visionario, nell’accezione negativa del termine. Un delirio narrativo è ciò che lo spettatore si trova ad assistere, contornato da una a serie di personaggi che definire improbabili è puro eufemismo e da un digitale vistosamente mediocre. La storia narrata è di difficile approccio: sette degli antichi otto Draghi Celesti si ritrovano in vita come ogni generazione e partono alla ricerca di Yaksha, colui che in tempi lontani sterminò i suoi compagni. Il compito dei Draghi Celesti era quello di esser fonte d’ispirazione per l’umanità, fino al momento in cui Yaksha e la sua ferocia posero fine a questo idillio. A un plot stravagante ma non impensabile, si vanno ad aggiungere una serie di costruzioni parallele, di ordine sentimentale, parodistico, grottesco, che altro non fanno se non confondere ancor di più uno spettatore già disorientato. Jeff Lau, la cui carriera vanta la collaborazione con l’immenso Wong Kar-wai – dal quale, evidentemente, non ha imparato molto – dimostra quanto questo genere di lavori profondamente ambigui sia nelle sue corde. Senz’altro la nostra cultura e il nostro gusto non ci permette di calarci in una sfera immaginaria di plausibili estimatori di East Meets West 2011, ma è altrettanto vero che il regista di Hong Kong non ha fatto nulla per portare dalla sua parte un pubblico lontano dalle sue corde.

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