Nel 1976 fu pubblicato Inside the White Cube: the Ideology of the Gallery Space, un fondamentale saggio in cui l’autore, Brian O’Doherty, analizzava gli effetti della crisi del secondo dopoguerra sul mondo dell’arte e teorizzava il concetto di white cube in riferimento all’istituzione della galleria d’arte, alla sua struttura e alle sue caratteristiche ideali: lo spazio espositivo deve essere neutrale, asettico – un cubo bianco, appunto – dove le opere d’arte sono svincolate dal tempo e dallo spazio, libere da qualsiasi elemento che possa distogliere l’attenzione dello spettatore dalla contemplazione dell’opera stessa. In questa volontà di tenere il mondo esterno fuori dalla galleria, si crea uno spazio interno dal valore quasi mistico, dove l’opera d’arte deve apparire proiettata nell’eternità, un’entità che esula dallo scorrere del tempo. Lo stesso O’Doherty paragonava infatti la costruzione di una moderna galleria d’arte all’edificazione di una chiesa medievale, facendo riferimento alle rigide regole che devono disciplinare entrambi i casi. Le varie implicazioni della teoria del white cube sul rapporto tra spazio espositivo ed opera esposta portano ad un’importante conclusione: l’ambiente della galleria diventa parte integrante del contenuto espresso dai lavori dell’artista e, a sua volta, il contenuto dell’opera d’arte può esplicarsi nella maniera più genuina possibile proprio grazie al contesto.
La teoria del white cube è adottata da Claudia Wieser per l’allestimento della sua prima personale, Furniture, visitabile fino all’8 giugno alla Galleria S.A.L.E.S. Lo spazio espositivo è immacolato, privo di qualsiasi ornamentazione, un limbo incontaminato dove il visitatore è costretto a focalizzare il proprio sguardo sulle opere esposte, a concentrarsi sulle geometrie elementari di cui si compongono la maggior parte dei lavori dell’artista. Le diverse sculture in mostra hanno la forma di piccoli tavolini assemblati attraverso forme coniche, cerchi, sfere e quadrati di vari materiali come legno e ceramica. Questi stessi elementi geometrici tornano nei dipinti, in un pannello di legno e in una composizione realizzata attraverso piastrelle di ceramica. Nel passaggio dal livello scultoreo al livello pittorico, dalla tridimensionalità alla bidimensionalità, aumenta il senso di astrazione già esplicito nelle sculture geometriche. Evidente è l’omaggio di Claudia Wieser alla scuola del Bauhaus e l’adozione delle linee teoriche delineate da Kandinskij e Klee durante le loro lezioni.
Tra i lavori che compongono Furniture si distinguono i cosiddetti book drawings, raffigurazioni di architetture, interni o paesaggi tratti da vecchi libri su cui l’artista ha realizzato piccoli interventi di colore o ha inserito sottili sezioni di lamine d’oro per guidare lo sguardo dello spettatore su precise porzioni dell’immagine e modificare la percezione finale del soggetto raffigurato in origine sulla pagina stampata. Concludono l’esposizione una grande installazione in ceramica in cui tornano le linee, i rombi, i cerchi, tutte quelle forme geometriche già protagoniste di altri lavori di Furniture e un’altra opera di grandi dimensioni in carta d’argento che ricopre la parete che divide la galleria in due sale.
Furniture è un termine che si ricollega direttamente al campo del design e delle arti applicate ed è significativo che l’artista abbia utilizzato proprio questa parola come titolo per la sua esposizione. È come se Claudia Wieser dopo aver posto le sue opere nel white cube voglia infrangerne la purezza: i suoi lavori non devono essere visti solo come opere d’arte assolute ed eterne, ma anche come veri e propri oggetti che occupano uno spazio reale e che partecipano allo scorrere del tempo. Attraverso due fotografie, Balance e Untitled, che la raffigurano con in mano alcuni suoi lavori, l’artista stessa ci dà una testimonianza visiva di come sia possibile entrare in relazione con l’opera d’arte in quanto oggetto.

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