Far East 2012

Far East 2012 / Silenced

Questa XIV edizione del Far East Film Festival ha un vincitore indiscusso, un mattatore: Silenced. Gelso d’Oro con una media voto di 4,4 (in un sistema di votazione da 1 a 5) e premio degli elitari accreditati Black Dragon. “A volte, il dramma che sovrasta l’uscita di un film mette in ombra quello contenuto nel film stesso. Di solito questo è un cattivo segno, ma nel caso di Silenced era esattamente ciò che gli autori avevano sperato accadesse”. Così, Darcy Paquet ci presenta questo dramma sud coreano.

In-ho è un insegnante di educazione artistica, che dopo tanto patire è riuscito ad ottenere un posto in un istituto, seppur lontano dalla sua casa e dalla sua famiglia a Seoul. La scena d’apertura di Silenced lo ritrae in viaggio, verso la sua nuova destinazione, all’inizio di un percorso che lo trascinerà in un abisso d’atrocità, e lo spettatore al suo fianco. L’istituto ospita studenti sordomuti, restii nel donare confidenza al nuovo insegnante; ben presto questa diffidenza tramuterà, assumendo sempre più i contorni del macabro sospetto. Lividi, escoriazioni, ferite al volto e sui corpi dei ragazzi innescano dubbi atroci nella mente dell’ancora idealista In-ho; dubbi pronti a disperdersi in un cumulo di rabbia e frustrazione, nel momento in cui tutta l’efferatezza di quei lividi si farà immagine, con i due gemelli che dirigono l’istituto e un insegnante, che hanno fatto delle violenze – fisiche e sessuali – sui ragazzi una prassi consueta. Il colpo arriva dritto nello stomaco di In-ho come in quello dello spettatore, che resta atterrito davanti alla crudezza di ciò che mai viene sottinteso, eternamente documentato.

Gong Ji-young è uno degli scrittori più affermati in Corea del Sud, e alla sua penna appartiene il romanzo online – pubblicato a episodi nel 2009 – The Crucible, basato su fatti realmente avvenuti in un istituto per sordomuti coreano, e dal quale il film ha tratto spunto per edificare la sua sconvolgente narrazione. L’opera di Hwang Dong-hyuk è di quelle capitali, non dal punto di vista estetico né da quello teorico, la sua importanza ha radici molto meno intellettuali, la sua forza fonda sull’imprescindibile esito cui il film ha condotto: poco dopo la distribuzione di Silenced difatti, il governo coreano ha rapidamente approvato un progetto di legge per fornire protezione ai disabili vittime di violenza sessuale. Il punto che sfugge, e che con candido orrore viene alla superficie durante la visione, è l’assurda legislazione locale che prevedeva la caduta di tutte le accuse qualora i genitori (o, nel caso di ragazzi orfani, i tutori) avessero accettato un risarcimento in denaro. Approfittando di questa linea di demarcazione assente tra il restare umani e il non esserlo, vengono dipinte le figure dei direttori dell’istituto e del professor Park, le cui interpretazioni divengono straordinarie se paragonate in maniera direttamente proporzionale all’odio in noi suscitato. I ragazzi delineati da Silenced sono magnificamente vittime – e in questo confronto tra innocenza e impurità il lavoro di Hwang tocca il suo apice – di un sistema che provano ostinatamente a combattere con tenacia e ira, dinanzi al quale saranno però costretti a soccombere.

Il film è di quelli – come detto – che lasciano interdetti, che privano a colpi d’emotività la sua analisi di un respiro profondo e totale; Hwang non ha nessun interesse nel creare un prodotto la cui confezione appaia impeccabile: troppo ingombrante è il contenuto per prestare eccessiva attenzione alla forma. Ciò nonostante, momenti di assoluto rilievo non mancano, particolarmente nella prima parte, quando In-ho non si è ancora fatto eroe, cadendo nella rete malvagia e reale delle umane debolezze. Il regista conosce la sua materia, la tiene sapientemente nelle sue mani, puntando su una meraviglia feroce e straziante, con tanta consapevolezza dal giungere consapevolmente ad approfittare di come il tutto sarà percepito.  È nello scaltro approfittare di tale assunto, di questo muro che separa forma e contenuto che Silenced inciampa, architettando un pathos esageratamente di maniera, forzatamente lezioso, che toglie qualche punto ad un film che tuttavia, restando assolutamente impresso nella mente dello spettatore, raggiunge appieno il suo obiettivo.

Nel trionfo di Silenced influiscono moltissimi fattori, primo fra tutti la sensibilità di un pubblico che, dopo la vittoria di Aftershock dello scorso anno, ancora una volta si dimostra attento a tematiche che scuotano bruscamente le coscienze, svegliando dal torpore (o convinzione, questione di gusti) di un cinema come mero intrattenimento. In questa edizione si è assistito ad opere estremamente più asciutte di questa e più radicate nell’essenza stessa del cinema orientale, maggiormente connotative e al contempo deliziosamente godibili. Niente che somigli però alla commozione e alla rabbia plasmate dalla visione di Silenced, e allora potremmo dire che non ha trionfato la purezza del cinema, bensì la purezza umana, così difficile da rintracciare che qualora si manifesti non si può lasciar fuggire.

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