Televisione

Titanic – Nascita di una leggenda [con intervista al cast]

Sono passati 100 anni dall’affondamento del Titanic. E sono passate poco più di due settimane dall’uscita in 3D di Titanic, il capolavoro del 1997 di James Cameron che con la stereoscopia è tornato a nuova vita. Per festeggiare il centenario e sfruttare la scia del secondo passaggio del transatlantico al cinema, Rai 1 ha presentato oggi Titanic – Nascita di una leggenda, una miniserie in 6 parti che da stasera andrà in onda ogni settimana in prima serata. La storia si svolge prima della partenza del transatlantico, durante la costruzione della nave: protagonisti Mark (interpretato da Kevin Zegers), l’ingegnere che si propone di rivoluzionare l’uso dei materiali della White Star, e Sofia, copista nell’azienda che comincia a collaborare con l’uomo e forse a innamorarsene. Sullo sfondo il conflitto di classe, la lotta sindacale degli inizi del ’900, i cambiamenti culturali e sociali.

Kolossal co-prodotto dalla Rai (motore del progetto con la produzione di Guido e Maurizio De Angelis) con società inglesi, tedesche e americane per un costo di circa 24 milioni di euro, Titanic –Nascita di una leggenda, il cui nome di lavorazione era Sangue e acciaio, è una dramma storico in costume scritto da Mark Skeet, Matthew Faulk, Stefano Voltaggio, Alan Whiting e Francesca Brill, e diretto da Ciaran Donnelly, sorta di prequel del film vincitore di 11 oscar che si rifà alle opere di Ken Follett, come se fosse una sorta de I pilastri della terra col Titanic al posto della cattedrale. Del resto sono presenti tutti gli elementi della grande narrativa popolare, tanto letteraria che audio/visiva: un grande evento spettacolare e tragico – questa volta suggerito ma presente nella testa dello spettatore –; il senso di morte che si scontra con la grande storia d’amore; le lotte sociali e politiche che si mescolano con la religione, visto che il racconto si svolge tutto nella Belfast divisa tra cattolici e protestanti (non a caso, il leader del movimento sindacale è visto come un proselita); il confronto tra progressismo e conservazione.

E la miniserie riesce a far sentire allo spettatore di Rai 1 lo scarto tra questa produzione e la media delle fiction nostrane: il respiro visivo, l’eleganza della regia, della messinscena, la cura dei particolari scenografici è notevole. Quello che però manca è la passione, la forza narrativa, il ritmo e il senso dello spettacolo (in senso lato) dei migliori prodotti di questo genere, rendendolo così un lavoro un po’ accademico, spento nonostante i valori in campo. Un prodotto comunque dignitoso, che ha l’onore di avere ben quattro attori italiani e tutti tra i migliori del cast: Alessandra Mastronardi, che ormai è in ascesa internazionale dopo To Rome with Love di Woody Allen; Massimo Ghini, che è una sicurezza per lo spettatore tv; Edoardo Leo che ha un bel viso da cinema e Valentina Corti che potrebbe essere una delle sorprese dei prossimi anni.

Al termine della proiezione, abbiamo avuto la possibilità di intervistare tre dei protagonisti, Mastronardi, Zegers e Massimo Ghini.

Alessandra, quali sono state le difficoltà a recitare all’estero, con un regista irlandese, e com’è il personaggio di Sofia?
Più di tutte, la lingua. Non tanto recitare in inglese, perché è una lingua che ho studiato e conosco abbastanza bene, quanto perché l’accento con cui il regista Ciaran Donnelly parlava era incomprensibile per me i primi giorni, aveva una cadenza irlandese molto forte, tanto che andavo dal produttore De Angelis disperata, perché non ci capivo nulla (ride). Sofia è un personaggio molto attivo, che non subisce ed è una costante delle donne di questa miniserie. Non accetta di essere sottomessa o i compromessi sociali: è una donna che non vuole sentirsi in colpa per ciò che è, ed è per questo che vorrebbe andarsene da Belfast.

In questi giorni sei in sala con To Rome with Love di Woody Allen: sono due prodotti che potrebbero farti scalare le vette internazionali.
Beh, lo spero (sorride), ma quello che m’interessa è che due produzioni internazionali mi abbiano scelta per due ruoli molto diversi: Milly è un personaggio molto buffo, sopra le righe, che sembra uscita dallo Sceicco bianco di Fellini, incantata e tra le nuvole; mentre Sofia è consapevole, forte, fiera e sicura di sé.

Kevin, recitare in una produzione così lunga e complessa è stata per te una sfida?
Sì certo, è la mia prima volta in una miniserie da protagonista, essere sempre in scena ti fa entrare dentro il personaggio in un modo che non conoscevo. La sfida però è stata anche per i realizzatori: 12 ore sul Titanic avrebbero annoiato lo spettatore, così si sono concentrati su un aspetto diverso, la sua costruzione, dando una grande importanza ai personaggi. Ed è questo che attrae un attore verso una sceneggiatura.

Non hai mai sentito il peso del film di Cameron o il confronto con Leonardo Di Caprio?
Grazie al cielo no. Il Titanic di Cameron è uno dei miei film preferiti, quindi ho apprezzato molto che la nostra storia finisca proprio con la partenza della nave, dove praticamente comincia il film. Così non ho dovuto pensare al confronto con Leo: se potessi avere anche la metà della carriera che ha avuto lui, sarei un attore felice.

Massimo, tu invece sei l’anima adulta della miniserie: che tipo di personaggio è Pietro e cosa ti è piaciuto di questo progetto?
Pietro è un emigrante dall’Italia all’Irlanda, ma è anche un’eccellenza che emigra, uno dei cervelli in fuga di cui si parla tanto. E’ questo che mi è piaciuto di Titanic – Nascita di una leggenda, quello di guardare anche all’oggi, raccontando quei grandi artisti e professionisti che sono costretti a lasciare l’Italia per trovare un lavoro che non c’è: in un dialogo col mio aiutante (Edoardo Leo), lui mi chiede se io preferisca l’Italia o l’Irlanda. Gli rispondo: “L’Italia, ovvio: c’è l’arte, la cultura, il cibo, la bellezza. Ma non c’è lavoro”. E questo dramma, è qualcosa con cui anche 100 anni dopo ci si trova a fare i conti.

Non avete avuto paura che il ritratto della famiglia Silvestri fosse il solito insieme di cliché folkloristici sugli italiani?
Sì, certo, anche perché la maggior parte degli sceneggiatori era straniera e quindi non poteva conoscere gli italiani. Su quello siamo intervenuti noi come attori, io, Edoardo, Alessandra e Valentina Corti, cercando di raccontare la tradizione italiana senza folklore,  e soprattutto inserendola in un contesto di grandi cambiamenti, mentre si confrontano con realtà geografiche, culturali e storiche in evoluzione. Speriamo di esserci riusciti.

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