Visioni

To Rome with Love

Regia: Woody Allen
Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen
Cast: Woody Allen, Roberto Benigni, Alec Baldwin, Jesse Eisenberg, Ellen Page, Penélope Cruz, Judy Davis, Alessandro Tiberi, Alessandra Mastronardi, Fabio Armiliato
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografia: Anne Seibel
Costumi: Sonia Grande
Suono: Maurizio Argentieri
Produzione: Gravier Productions, Mediapro, Medusa Film
Distribuzione: Medusa
Nazionalità ed anno: USA, Italia, Spagna, 2012
Durata: 111 minuti
Data di uscita: venerdì 20 aprile 2012
Sito ufficiale

Di tutti i registi di un tempo oggi in circolazione, assieme a Spielberg Woody Allen è forse quello che divide più di tutti. Vuoi la straordinaria bellezza dei capolavori passati, vuoi la regolare produzione annuale e le sue conseguenze, Allen difficilmente mette d’accordo la maggior parte dei suoi spettatori, troppi dei quali divisi tra posizioni di preconcetta opposizione o amore incondizionato. Una diatriba intensificatasi sempre più con l’avvio di quel tour turistico/produttivo che è infine giunto anche a casa nostra, movimento europeo che gli ha attirato infinite critiche di cinema da cartolina, asservito solamente alle disponibilità economiche. La verità è che in questa dialettica a finire fuori dai riflettori è stato proprio il cinema del nostro, analizzato troppo spesso con semplicità critica o cecità affettiva, posizioni pregiudiziali che ne hanno impedito in tanti luoghi una limpida ricezione; Allen è oggi più che mai vitalmente, esistenzialmente dipendente dalla realizzazione filmica (“Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo” diceva Bukowski), ma al contempo consapevole di quell’aridità creativa che è emersa a partire dagli anni del contratto DreamWorks, carenza di idee che lo ha spinto – assieme alle innegabili necessità economiche – nel vecchio continente, dove il suo cinema ha recuperato molta linfa vitale. Il meccanismo economico/turistico esiste quindi (è per Allen esistenzialmente necessario), la dimensione da cartolina anche, ma nel ribadire questi punti (o negarli pedissequamente) si è smesso di guardare ad ogni film come atto in sé, connesso a tale sistema ma non automaticamente condannato da esso. Altrimenti non si spiegherebbe l’accanimento critico con il quale si sono accolti film minori ma non affatto terribili come Scoop o Vicky Cristina Barcelona, opere medie come – e si tende a dimenticarlo per favorirne la demolizione critica – tante ce ne sono state nella carriera di Allen; film nati dall’evidente consapevolezza di un regista non succube bensì giocante con il nuovo carattere turistico, illusorio, mitico e nostalgico del proprio cinema, dimensione messa in evidenza e al contempo superata dal migliore tra i suoi ultimi film europei, Midnight in Paris. Detto ciò, carichi di questa consapevolezza critica più ampia, non possiamo che ammettere a malincuore che To Rome with Love raccoglie effettivamente molti dei limiti della produzione alleniana di matrice europea, rivelandosi come il suo film più debole da anni a questa parte.

Abbandonati i vagabondaggi in solitaria o i triangoli amorosi, Allen torna con To Rome with Love alla più familiare forma episodica, caleidoscopico alternarsi di tanti piccoli personaggi connessi tra loro da un concetto, una suggestione comune, in questo caso la dicotomia celebrità-apparenza. L’Italia cinicamente tratteggiata da Allen infatti, più che essere quella delle escort, diventa un paese ossessionato dall’apparenza e dall’apparire, dagli spasmi di celebrità immeritate e giochi di superficie, in un ritratto decisamente amaro alleggerito in ossimoro da una forma spensierata che predilige soluzioni visive turistiche senza pathos, tanto spente quanto programmatiche. Quattro sono le principali linee narrative che si intrecciano nel corso d’opera, e di queste purtroppo solo una, quella guarda caso interpretata da Allen e Judy Davis, ci restituisce i guizzi e il genio dell’autore che conosciamo. Ritmato da battute folgoranti che non sentivamo da tempo e animato da battibecchi Allen-Davis veramente d’annata, quest’episodio parte dall’ennesima coppia italo-americana di innamorati per poi approdare a soluzioni visionarie che prevedono l’unione di docce e spettacoli di lirica. Veramente impagabile. Il secondo episodio in ordine di riuscita è sicuramente quello in cui l’architetto in vacanza di Baldwin incontra per caso il giovane Jack (Jesse Eisenberg), di cui diventa consulente e grillo parlante nel momento in cui il ragazzo – che forse altro non è che il fantasma del suo passato, un ricordo o un’immaginazione nell’aria – cerca di resistere all’amica ospite della sua ragazza, la bella Ellen Page in versione di civetta fatale. Ci troviamo qui con i dubbi e le dinamiche classiche del cinema alleniano, dalle donne affascinanti nella loro incontrollabilità ai tradimenti amorosi, topoi che pur essendo già visti il regista riesce a ripresentare con il consueto fascino ed eleganza. Fino ad ora si direbbe che le cose stiano andando bene, e infatti sono principalmente i due episodi mancanti ad affossare un film che avrebbe potuto ambire ad altre vette, con un maggiore sforzo di scrittura e più attenzione formale.

Di tutti l’episodio più atteso era forse quello con protagonista Benigni, che interpreta un borghese assolutamente normale e qualunque che diviene famoso, senza alcun motivo, da un giorno all’altro; ci vorrà poco a superare la sorpresa, abbandonare le vecchie abitudini  e darsi alla bella vita, ma la celebrità, specie quella gratuita, è sempre volubile. Nel corso della visione non si potrà vedere questo episodio senza ritornare con la mente allo sfocato Robin Williams di Harry a pezzi, per quanto il confronto con quel capolavoro palesi come qui si sia di fronte ad un’aridità narrativa estrema; lo spunto di partenza è senza alcun dubbio valido, peccato però che non si vada a parare oltre di una veloce retorica finale. La palma del peggior episodio però spetta purtroppo a quello interpretato dal bravo Alessandro Tiberi, che con Alessandra Mastronardi interpreta la felliniana odissea di una coppia di giovani sposini di provincia da poco giunti a Roma, forse condannati a perdersi dietro i vacui luccichii di celebrità e ricchezze ingannevoli, una vicenda prevedibile e macchiettistica, raccontata con una superficialità veloce e disinteressata che quasi mostra la mera necessità di chiudere un film altrimenti troppo ridotto.

In conclusione questo To Rome with Love è stato in buona parte una delusione, un racconto corale spesso facilone salvato in extremis da alcune soluzioni sorprendenti, troppe poche comunque per giustificare l’intera operazione. Allen ha tentato di giocare la carta della farsa e del grottesco ma con risultati davvero troppo alterni, per di più messi in campo da un linguaggio estetico tanto affrettato e disinteressato da rinunciare persino al suo classico movimento di macchina per gestire i dialoghi in favore di un arido campo-controcampo. La lezione dimostrata con Midnight in Paris appare quanto mai lontana, forse spostarsi a San Francisco non è poi una così cattiva idea.

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